ven. Nov 16th, 2018

Abbiamo letto The Game di Alessandro Baricco, un viaggio attraverso 50 anni di storia del digitale

Ho letto The Game di Baricco e non sono riuscito a capire se si tratta di un manuale di istruzioni dell’internet per sessantenni che negli ultimi 50 anni sono rimasti fuori dal mondo o se rappresenta l’incipit di un futuro distopico che attende noi umani, vittime dell’utilizzo smodato degli strumenti che noi stesso abbiamo costruito.

Ci sono alcune cose che non mi convincono di The Game e nessuna di esse riguarda il valore didattico e documentaristico dell’ascesa della nuova società digitale, composta dagli oltreuomini vittime della loro semplificazione, della loro riduzione del mondo.

Innanzitutto, Baricco si rivolge al lettore come se lo intrattenesse in una conversazione illuminante: l’autore è docente, compagno, modesto illustratore di passato, presente e futuro ma, soprattutto, ha bisogno di scusarsi con il suo pubblico se alcune volte non è abbastanza chiaro. Insomma, tutto sembra andare contro una precisa intenzione di fare storytelling, ciò che all’autore torinese è riuscito meglio, finora, nella sua carriera.

Ne consegue un percorso informativo lento, farraginoso, che dopo 60 pagine hai già voglia di abbandonare perché, diciamolo chiaramente, perché fare un ex cursus sulla tecnologia attraverso un flusso di pensieri di chi ti mette continuamente in attesa del presente?

Purtroppo, già so come va a finire la storia.

Siamo circondati da intelligenze artificiali, siamo vittime degli influencer, abbiamo bisogno di ricevere statistiche su quanto utilizziamo il nostro telefono. Ma, probabilmente, il pubblico a cui il libro si rivolge è composto da chi, a differenza di quelli che chiamate millennial (che nome stupido, come se ci vivessimo soltanto noi in questi tempi), non ha avuto finora voglia, o almeno la curiosità, di interrogarsi su quello che ci ha portati alla consuetudine di controllare almeno 120 volte al giorno le notifiche sul nostro smartphone.

Spoiler: su Google c’è quasi tutto.

Ragionare intorno ai confini tra uomo e tecnologia è qualcosa che l’uomo fa da sempre, questo è chiaro. Non avremmo avuto alcune tra le menti più illuminate da Aristotele a Cartesio, da Leonardo a Steve Jobs. Il problema, però, è la coerenza con la quale ci si ferma a ragionare sulle cose. Trovo interessante il punto di vista di un autore affermato, ma la sensazione in tutto il libro è che sia un lento procedere verso la faziosità.

In ogni caso, volendo spezzare una lancia a favore di questo titolo, è utile riuscire a comprendere quanto sia importante iniziare a staccarsi dalla tecnologia così come la conosciamo e iniziare a trattarla come un semplice strumento, un mezzo per raggiungere un risultato. Tutto qua.

Per questo, non perdiamo tempo e non perdiamoci nel passato per capire come sarà il nostro spaventoso futuro.

Su questo devo dare ragione all’autore di Novecento quando nel suo monologo teatrale scriveva:

“Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto.”

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