Era il 1977 e io sarei nato soltanto 10 anni dopo. Eppure Stephen King scrisse un romanzo che di lì a poco sarebbe diventato un grandissimo successo.

Passò poco più di un anno, e Stanley Kubrick ne trasse uno dei suoi capolavori: Shining.

Jack Nicholson alias Jack Torrance, scrittore in crisi che per ritrovare l’ispirazione accetta un posto di guardiano durante la stagione invernale all’Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose. Parte così con sua moglie Wendy e il figlio di sette anni, Danny, senza sapere che quel viaggio cambierà per sempre le loro vite…

Devo fare un mea culpa: prima dell’università non avevo mai apprezzato Shining come posso farlo adesso. E c’è, probabilmente, una ragione per tutto questo.

Shining non è soltanto un’opera d’arte narrativa, ma una rivoluzione tecnica e visiva. Devi necessariamente, e lo dico senza peccare di presunzione, fare un piccolo percorso di studio estetico ed artistico prima di poterne apprezzare a pieno tutti i diversi strati narrativi.

In questo Stanley Kubrick ci ha abituato: il suo genio visionario e la sua capacità di raccontare attraverso un acceso simbolismo rendono il suo film un capolavoro da guardare e riguardare prima di riuscirne a cogliere a pieno ogni sfumatura.

Sul lato tecnico, Shining è il film che rivoluziona il cinema: l’utilizzo della steadicam, il lungo piano sequenza aereo che apre la sequenza iniziale, sono soltanto alcune delle innovazioni che Kubrick trasmetterà alle nuove generazioni.

E saranno proprio le generazioni a venire che vedranno in Shining un vero e proprio cult. Innumerevoli citazioni sono presenti in produzioni più disparate, da Blade Runner ai Simpson. Sapevate che il video di The Kill dei 30 seconds to Mars è ambientato in alcune delle location più note del film?

In occasione di Halloween e a 40 anni della pubblicazione del best seller con cui King terrorizzò i lettori di tutto il mondo, torna su grande schermo nella sua versione da 119 minuti in italiano solo il 31 ottobre, l’1 e il 2 novembre (elenco sale a breve su www.nexodigital.it) il film horror più pauroso di sempre.

Ci sarà anche la proiezione dell’inedito cortometraggio intitolato Work and play, che come gli spettatori più attenti ricorderanno rende omaggio alla frase che Jack Torrance scrive ossessivamente sulla sua macchina da scrivere: “All work and no play makes Jack a dull boy” nella versione inglese del film.

Un consiglio: recuperate anche il film in lingua originale. Purtroppo in italiano si perde spesso il senso di molte frasi, a partire da quella che abbiamo citato, che è forse la più importante di tutto il film.

Trovate Shining anche su Amazon a questo link

 

La Geografia del Genio è un libro che consiglio a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, si sono trovati alle prese con l’apertura di una start-up o di una produzione creativa.

Dove risiede il genio? È questa la domanda che l’autore, Eric Weiner, si pone all’interno di tutto il libro.

Perché certi luoghi, in certi momenti, hanno prodotto una grande quantità di menti brillanti e di buone idee, mentre altri no?

Weiner ci accompagna per mano nelle enormi metropoli europee ed italiane che, con i loro personaggi di spicco, hanno rappresentato un momento culminante nella storia dell’Umanità.

Uno degli elementi più interessanti de La Geografia del Genio è la struttura psicosociale che le grandi menti tendono a creare. Come in una sorta di coperta che copre tutte le cose, attraverso la visione più Jungiana dell’inconscio collettivo, sembra che il genio si circondi di altra genialità. Nello spazio così come nel tempo.

I una cavalcata storica che ripercorre secoli di storia dell’umanità, uno dei punti più interessanti è l’incipit del capitolo 3 in cui l’autore parla di Firenze

Le grandi menti non pensano necessariamente nello stesso modo, ma gravitano le une intorno alle altre, attratte da qualche forza potente e sconosciuta.

Mi sono sempre chiesto, durante il periodo universitario, se l’ambiente di studio influenzasse in qualche modo la creatività e l’intelletto. Attraverso le pagine di questo libro è possibile approfondire l’argomento e comprendere al meglio quali sono i motori che generano le idee e se essi sono più potenti in ambiente metropolitano o in alcuni centri culturali.

La Silicon Valley è davvero un centro catalizzatore della genialità o è soltanto una questione di statistica?

Scopritelo insieme a me, leggendo La Geografia del Genio che trovate su Amazon a questo link

Il giorno del lancio di Super Nintendo Mini eravamo già lì, nel nostro centro commerciale di fiducia, pronti a portarci a casa una copia di questo pezzo di passato, riproposto in chiave contemporanea, con alimentazione USB e presa HDMI.

Ma acquistare una console così non significa soltanto un tuffo nel passato, un nostalgico tira e molla tra i sentimenti che raggiungi verso le tre decadi di registrazione all’anagrafe. Significa la necessità di semplificare, di ridurre quel flusso di lavoro neuronale a cui siamo sottoposti anche quando dovremmo, in un certo senso rilassarci sul divano, per tornare a giocare insieme, spalla a spalla, io Donkey Kong e tu Diddy.

Qualcosa che avevamo perso di vista negli ultimi 15 anni, insomma.

Provate a riascoltare questo, poi ne riparliamo.

L’evoluzione del multiplayer online, la disponibilità di titoli free roaming, l’impossibilità di mettere la parola fine a un gioco, sono tutte caratteristiche delle nuove generazioni di console che, mettetela come volete, ci hanno avvicinato al mondo ma allontanato dai nostri amici. Quelli con cui ci si vedeva il sabato pomeriggio e con cui ci si perdeva in interminabili sfide di Super Mario All Stars, sono stati sostituiti da giocatori che vivono a chilometri di distanza da noi e che consideriamo come un computer un po’ più strano e pazzo nei movimenti.

Che cosa ci resta di quei momenti in cui la scuola era l’unico pensiero?

Ci resta il Super Nintendo Mini, ci resta la voglia di farci una risata quando ci rendiamo conto che da bambini eravamo molto più bravi a superare il primo livello di Super Ghouls and Ghost

Qualche detrattore in rete ha detto: “sì, ma io ci ho sempre giocato sul computer con gli emulatori”; altri giovani nati e cresciuti dopo il 2000 sono affascinati da questa strana scatola che il fratello maggiore ha sempre tenuto off limits nella sua cameretta. La verità è che Nintendo ci sta provando a riavvicinarci con i nuovi prodotti come Switch ma l’inversione di rotta è impossibile.

Non si tratta, lo dico ancora una volta, di nostalgia. Si tratta di un sistema diverso, di semplicità.

Oggi si parla di videogamer pro, di esperti del gioco. Bene, ma quando abbiamo smesso di divertirci?

Io ho comprato un Super Nintendo Mini, ci giocherò tutte le volte che avrò bisogno di capire quando è il momento di dire: less is more.

Ci siamo, tra meno di un mese sugli scaffali di tutti i negozi arriverà Star Wars Battlefront II, l’atteso sequel del miglior fps dedicato alle Guerre Stellari, sviluppato da Electronic Arts.

Durante il periodo di apertura della Beta abbiamo avuto modo di provare alcune modalità di gioco e, per chi non avesse aderito alla Open, vi raccontiamo le nostre impressioni.

Velocità di gioco

Innanzitutto è necessario fare un cenno alla velocità di gioco. Aumentata sensibilmente nelle fasi frenetiche di confronto con il nemico viene data con questo nuovo capitolo la possibilità di controllare la strategia e permettere alla squadra di disporsi in modo tale da ragionare sulle zone di attacco e di difesa.

Nella mappa multiplayer di Naboo si nota la differenza con il precedente capitolo: la fase di attacco viene organizzata in turni così come quella di difesa e le differenti classi di soldato consentono di ragionare meglio sulla scelta. Nei momenti di distruzione totale sceglieremo un soldato pesante ma quando dovremo proteggere una zona sarà più importante utilizzare uno specialista per colpire i nemici nascosti.

Esperienza

L’esperienza di gioco si nota già dai primi minuti di utilizzo della beta. È tutto improntato sui punteggi che permettono di acquistare carte di espansione delle caratteristiche, una condizione più strategica rispetto al semplice spara e porta il punteggio a casa.

C’è da dire che potremo ragionare sulla maturità di questo gioco quando riusciremo finalmente a vedere la modalità Storia e potremo godere di questa novità immersiva nell’Universo di Star Wars. Che si tratti di canone o meno, la possibilità di vestire i panni di un soldato dell’Impero è una novità interessante che non trovavamo dai tempi dell’adepto di Darth Vader in The Force Unleashed. Qualcosa di simile, insomma.

Fattore D

Ovvero divertimento. C’è da dire che come in tutti i giochi sparatutto in prima persona il pericolo principale è quello di annoiarsi dopo poco tempo. Star Wars Battlefront II cerca di portare all’utente un roaster di personaggi e di mappe che permetteranno di variare di molto l’esperienza in multiplayer.

Vi dico la verità, non sono un grande giocatore in multiplayer, soprattutto di quei giochi in cui è palese che la velocità di connessione e di ping faccia la differenza nel risultato.

Star Wars Battlefront II però è un gioco che promette davvero tanto a chi ama la saga creata da Lucas: una nuova storia con una campagna ragionata e (si spera) con uno storytelling degno di nota; un multiplayer che permette di fare una partita in compagnia di amici o di sconosciuti per ammazzare l’ora di noia; una modalità arcade per chi ha voglia di dare due calci alla resistenza senza troppo impegno.

La mia esperienza con questa beta è al 90% positiva, con la speranza di trovare nel gioco finale più originalità ed esperienza che longevità. Il gioco dovrebbe non includere micro transazioni e tutti i DLC saranno free e non a pagamento, ciò significa che ci troveremo davanti ad un titolo che potrà essere giocato per un anno o più con tutte le novità introdotte nel tempo. Ne varrà la pena?

E voi cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto e lasciate un like sulla nostra pagina di Facebook!

 

Se non dovessi esprimermi in alcune righe di recensione, sui prodotti KREAFUNK avrei da dire due semplici cose: design unico e qualità eccellente.

Sono queste le due caratteristiche che rendono l’azienda danese KREAFUNK uno dei più interessanti player europei nel mercato, seppur piuttosto inflazionato, degli speaker bluetooth e dei device audio.

Il progetto KREAFUNK

 

KREAFUNK nasce nel 2011 dall’idea di due Danesi appassionati di design con un solo obiettivo in mente: creare un ponte che unisse la creatività e la funzionalità attraverso un design di qualità dallo stile urbano.

Per questo motivo nasce KREAFUNK che anno dopo anno ha aumentato le soluzioni di vendita producendo articoli dedicati ad appassionati di design e di tecnologia.

I prodotti di questa recensione

Quando abbiamo parlato a KREAFUNK del nostro blog, è scattato immediatamente l’entusiasmo, per questo motivo abbiamo avuto la possibilità di recensire due prodotti davvero interessanti: tRADIOaMOVE.

Se c’è una cosa che apprezziamo di un prodotto è sicuramente il packaging: nonostante la semplicità della produzione, gli speaker arrivano a casa in una elegantissima scatola di legno con chiusura a scorrimento, su cui sono incise alcune citazioni legate al mondo della musica e dello spettacolo.

Che meraviglia.

KREAFUNK tRADIO

KREAFUNK tRadio è la prima radio nella collezione, ma chiamarla in questo modo è abbastanza riduttivo. tRadio è un prodotto che porta l’esperienza musicale ad un livello successivo, permettendo la trasmissione del classico segnale FM unita al nuovo segnale DAB+ oltre che fungere da riproduttore di musica in bluetooth.

Elegante, raffinata, dai colori che ricordano gli anni ’20 del XX secolo è la perfetta combinazione tra design hipster e ultima novità tecnologica. È possibile scegliere la propria stazione radiofonica così come ascoltare le proprie playlist su Spotify ed Apple Music.

tRadio è pronta per la next generation

tRADIO ti prepara al futuro delle trasmissioni radio, portandoti nel mondo del digitale. Molto presto i segnali radio saranno trasmessi esclusivamente in digitale e questo prodotto sarà già in grado di ricevere i segnali puliti delle tue trasmissioni preferite. È importante perciò che la tua radio supporti il segnale DAB, ma soprattutto il segnale DAB+ vista la velocità con cui queste tecnologie stanno progredendo.

Le funzioni principali di KREAFUNK tRADIO sono DAB+, FM, AUX e Bluetooth speaker con una batteria doppia di 2×2.200 mAh. Questa batteria consente una durata di riproduzione di oltre 10 ore permettendovi di ricaricare tRADIO con un caricatore esterno incluso nella confezione.
Lo schermo LCD smart vi consentirà di avere maggiori informazioni su ciò che state ascoltando e di visualizzare il livello del volume. Due casse da 3W portano una potenza utile a coprire tranquillamente una stanza di 30/40 metri quadri e la memoria interna vi consentirà di registrare fino a 64 stazioni in preset. Il bluetooth utilizzato per questa tecnologia è il 4.0.
Potete acquistare tRADIO a questo link

KREAFUNK aMOVE

aMove è uno speaker bluetooth 4.0 wireless piccolo e compatto (dimensioni 16.2 x 5 cm, H: 7.2 cm) con una batteria di 1800 mAh al suo interno che consente di ascoltare circa 20 ore di musica consecutivamente.

Questo prodotto è consigliato in modo particolare a chi vuole connettere il proprio smartphone in modo rapido e ha l’esigenza di portare una cassa bluetooth nello zaino per ascoltare la musica in mobilità. Le dimensioni compatte e la cassa da 3W consentono una riproduzione audio pulita e dalla profondità davvero interessante.

I bassi sono definiti (abbiamo ascoltato l’ultimo disco dei Foo Fighters – Concrete and Gold) e alti e medi sono la vera forza di questo prodotto. Un suono chiaro e pulito e un design davvero introvabile in altri prodotti di questo genere.

Potete scegliere aMove in 5 colori: bianco, nero, verde, blu sabbia e l’originalissimo color prugna. Nel box in legno in cui arriva è incluso anche un cavo USB e uno AUX.

Potete acquistare aMove a questo link su Amazon

The Town of Light è chiaramente un videogioco molto originale. La sua originalità sta nel carattere, in quel gioco che si trasforma in storytelling e che permette di esplorare, riflettere, innervosirsi, insieme alla protagonista della storia. Abbiamo avuto modo di provarlo in anteprima la scorsa settimana grazie a Wired Productions che ci ha lanciato nella sua nuova, entusiasmante avventura.

The Town of Light è ambientato a Volterra, in Toscana, all’interno di un asilo psichiatrico, in una continua analessi tra presente e passato. La storia si muove sulla base di eventi realmente accaduti  e racconta le vicende osservate dagli occhi di Renée, una ragazza di 16 anni che soffre di sintomi di pazzia e depressione. Accompagneremo Renée alla ricerca dei suoi ricordi, tra le rovine del manicomio femminile di Volterra, in un vortice di emozioni e di confusionarie ricostruzioni del passato.

The Town of Light non è un gioco semplice, è talvolta complesso affrontarne le mappe proprio per la sua propensione alla rottura degli schemi. Una serie di puzzle relativamente semplici accompagnano il giocatore in un unico flow narrativo, fino alla fine della storia con una serie di obiettivi da sbloccare. Chi giocherà su PlayStation 4 sbloccherà anche qualche obiettivo gold e silver facilmente.

The Town of Light è un gioco dove la follia è coerente ed empatica. Tutti i documenti da sfogliare per ricordare gli eventi, le scelte che la protagonista dovrà fare, saranno vincolanti per lo sviluppo della trama. Da giocatore, fungerai da coscienza per la protagonista e potrai scegliere cosa rappresenti per lei. Lei ti chiederà di aiutarla a ricordare, spesso con alcune azioni un po’ sui generis come quella di trasportare una vecchia bambola su una sedia a rotelle per “ravvivarla” grazie al calore di alcune lampade mediche.

Sviluppato con tecnologia UnityThe Town of Light risulta essere abbastanza fluido se giocato con Ps4 Pro e se installato su hard disk nativo della playstation o su SSD esterno. Una prova su hard disk esterno ha causato qualche piccolo lag nei momenti cruciali della storia e caricamenti iniziali piuttosto lenti, consigliamo di installarlo su una partizione veloce della vostra Playstation 4.

In generale, un’esperienza da provare dato il prezzo contenuto, soprattutto per conoscere qualcosa in più della storia del nostro Paese e della condizione umana di quel periodo. Consigliato!

Nel panorama del genere dei giochi di ruolo (Gdr o Rpg) esiste una nuova generazione di titoli che sta provando a rinfrescare il mercato con proposte davvero valide, sia sul fronte delle idee che sul gameplay.

Per questo motivo è difficile parlare di Victor Vran come un gioco innovativo, per due motivi principali: il primo è semplicemente legato allo sviluppo, in quanto questo titolo è già conosciuto dalla community di Steam come un prodotto presente dal 2015 sul marketplace; il secondo motivo è legato alle dinamiche di gioco che sono davvero simili a titoli come Diablo III, un capolavoro del genere.

Eppure Victor Vran riesce a rapire l’attenzione sin dai primi minuti di gioco. È un titolo che ti prende con la sua semplicità, ti trasporta nei primi dungeon con la sua attitudine plug & play e, senza nemmeno accorgertene, è già passata la prima ora di gioco.

A mio avviso, un prodotto interessante per tre motivi: semplice, dinamico, con una colonna sonora strepitosa.

In arrivo su Playstation 4 la Overkill Edition vi porterà una serie di contenuti extra tra cui Fractured Worlds e la meravigliosa espansione Motörhead: Through the Ages – una selvaggia avventura heavy metal, ispirata ad una delle più chiassose rock band nel mondo.

Uno sguardo alla storia

Victor Vran è un cacciatore di mostri dal passato oscuro. La sua avventura inizia nel regno di Zagoravia ambientato in epoca vittoriana. Bar inglesi, cimiteri, villaggi e strade diroccate sono le ambientazioni che troverete più spesso nei dungeon. Con oltre 40 mappe, la storia viene raccontata attraverso una serie di artwork.

Da giocare in singolo e in multiplayer

Nonostante io non sia un grande fan del gioco online (non ho molto tempo da dedicare ai party online) devo dire che la campagna della Overkill Edition che ho avuto modo di provare grazie al test offertomi da Wired Productions  si è rivelata lunga e impegnativa. La mia preferenza va assolutamente alla versione Motörhead: Through the Ages per l’eccezionale scelta della colonna sonora che ti accompagna durante il dungeon.

Da grande fan dei giochi di ruolo a visuale dall’alto (per intenderci: Diablo e Baldur’s Gate sono tra i miei preferiti in assoluto), ho trovato Victor Vran un’alternativa valida e dal carattere essenziale: potenziati, distruggi il mostro, vai avanti. Un passatempo che permette di portare avanti le quest in modo piuttosto rilassante con potenziamenti demoniaci ed armi più o meno potenti (spade ed armi da fuoco in primis).

Su playstation 4, rispetto alla versione PC, sono stati introdotti diversi miglioramenti. Tra i più interessanti sicuramente il rilascio del gioco a 60fps per Playstation 4 Pro che porta l’esperienza ad una fluidità di gioco superiore.

Un acquisto consigliato agli amanti del genere, ma soprattutto a quelli che amano la musica rock all’interno dei videogiochi: non ve ne pentirete.

Nella folle corsa alla condivisione del digitale, certe volte ci si dimentica di fermarsi a riflettere sulle proprie produzioni e su ciò che si ha fotografato, ripreso, scattato in giro per il mondo.

Una cosa che mi succede spesso, ormai si può utilizzare anche il termine “frequentemente”, è quella di partire per un viaggio, accumulare una quantità industriale di scatti e di materiale video grezzo e di avere poi pochissimo tempo per ritornarci su, anche soltanto per conservare meglio quel ricordo in memoria. È questo il motivo per cui più di una volta ho sentito la necessità di abbandonare mirrorless, Osmo, accrocchi vari ed eventuali e partire soltanto armato di smartphone. Tanto, si sa, alla fine se proprio lo facciamo, riguarderemo soltanto le foto che abbiamo pubblicato sui social, una o due volte al massimo.

È qui che si annida l’errore più grande che possiamo commettere in ambito sia artistico che lavorativo ed è per questo motivo che ho particolarmente apprezzato l’ultimo video di Peter Mckinnon, fotografo e video specialist con sede a Toronto che con i suoi consigli ha costruito una community di oltre 400mila follower su Youtube.

Nel suo video più recente (Peter è uno youtuber davvero prolifico, difficile stare al passo) ha posto l’accento sulla necessità di mantenere vivo e reale il nostro approccio alla fotografia in un modo davvero semplice: stampare i nostri scatti. Per questo motivo, armato di una canon Pro-1000 del valore di circa 1400€ ha dimostrato quanto sia interessante confrontare il proprio lavoro digitale creando delle stampe di alta qualità professionale.

C’è da dire che per ottenere stampe di qualità non è necessario investire un capitale: ad un prezzo davvero interessante è possibile affidarsi a laboratori online professionali, con una serie di soluzioni efficaci che ci consentiranno di cogliere diversi aspetti della nostra tecnica fotografica.

Noi abbiamo scelto Saal Digital, un azienda che ci ha fatto provare il suo servizio e di cui siamo rimasti pienamente soddisfatti. Grazie al servizio di stampa foto o stampa fotoquadri è possibile ordinare e ricevere in pochissimi giorni (provare per credere!) le nostre stampe ad una qualità che ci ha resi entusiasti del risultato.

L’ordine può essere effettuato utilizzando il software Saal Design (disponibile gratuitamente al seguente link www.saal-digital.it/software-download/software-saal-design/) oppure tramite servizio online (www.saal-digital.it/negozio-online/). È possibile scegliere la superficie, il formato e il tipo di fissaggio desiderato. Bastano veramente 5 click per ordinare la stampa e riceverla via corriere a casa o in studio.

Noi abbiamo stampato una foto di un viaggio negli Stati Uniti su pannello PVC 50×70, con ottimi risultati in termini di qualità: definizione di stampa ottimale, colori fedeli al progetto iniziale, supporto resistente e assenza di macchie o sbavature di stampa. Inoltre c’è da dire che l’imballaggio in cui è arrivata la stampa è stato impeccabile: cartone esterno a doppia protezione rinforzata, imballaggio del prodotto in plastica resistente e protezione della stampa con foglio di imballaggio opaco.

Per le vostre stampe potete collegarvi a  www.saal-digital.it ed effettuare il vostro primo ordine.

La terza stagione di The Flash è quasi finita, in attesa del finale di stagione. Indipendentemente dal fluire degli eventi e dal meccanismo narrativo dell’intera stagione, gli ultimi episodi hanno dimostrato che la strada che CW ha deciso di percorrere è destinata a modificare il pubblico di questo show.

The Flash aveva grandi potenzialità e, in tutta sincerità, spero che si torni vivamente a seguire una linea più epica che romantica. Questo telefilm NON dovrebbe essere una storia d’amore fatta per ragazze teenager. Loro hanno già questo genere di show in TV (che nessuno a parte loro guarda). Dobbiamo quindi dire addio a quello che era un grande spettacolo di supereroi e fare spazio a questa sorta di soap opera in loop narrativo?

Non ha imparato nessuno dagli errori di Arrow?

La cosa migliore dell’episodio 22 è stata sicuramente il ritorno di Wentworth Miller nei panni di Captain Cold. Un personaggio epico che, a quanto pare, non riesce a starsene nel mondo dei morti così come in Prison Break. A proposito, avete notato quanti easter egg sono dedicati al personaggio di Michael Scofield? Uno su tutti la scena della mano di King Shark tagliata, in cui Captain Cold fa riferimento, quasi sicuramente, ad un momento vissuto con T Bag.

Chiacchiere da bar, anzi da “Bar”, in ogni caso. Ciò che ci interessa è capire come potrà andare avanti la storia e cosa succederà nella prossima stagione di The Flash, la quarta in arrivo il prossimo autunno.

Iris non è morta? Ma davvero?

Cosa ci aspetta nella prossima puntata di The Flash?

Se avete notato il fluire degli eventi, questi differiscono leggermente rispetto a quanto visto da Barry dopo aver viaggiato nel futuro. In primo luogo HR non è sul tetto in questa nuova linea temporale. Lo vediamo parlare con Cisco di quanto per lui sia importante fare la differenza, in modo da poter cambiare le cose. Avete fatto caso a come HR guarda il pezzo dell’armatura di Savitar? È l’unico modo per scoprire dove si trova e riuscire a raggiungere il dio della velocità.

Dopo aver atteso che Wally si riprendesse (è un velocista, ci mette davvero poco tempo), HR gli chiede di raggiungere Iris e Savitar così da fare uno scambio di persona. HR si trasforma con il suo dispositivo (perché farlo vedere ancora una volta durante l’episodio finale, sennò?) e si sacrifica per il team, così da dare il ben servito a Savitar. Il meccanismo è perfetto: Barry non conosce questo piano, Savitar neppure. Il caos vince ancora.

Qui il promo del finale di stagione

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Nella prossima stagione vedremo di nuovo Harrison Wells di Terra 2 e, probabilmente, qualche nuovo velocista.

La cosa più interessante di questa linea narrativa è che Savitar è destinato in ogni caso a perdere e a scomparire in quanto time remnant di Barry Allen. Lo dimostra la storia di Reverse Flash, inseguito da Black Flash in Legends of Tomorrow per ristabilire l’ordine della Forza della velocità. Trovate un riassunto qui:

Quale sarà il prossimo Villain?

Abbiamo avuto un indizio nell’incontro con Abra Kadabra il quale rivela una serie di informazioni sui suoi nemici più importanti. Uno tra tutti:

“Devoe.”

Ma chi è Devoe? C’è solo un nome come questo nelle storie di The Flash e si tratta di Clifford Devoe, il Pensatore. Clifford DeVoe fu un avvocato fallito che inizia una nuova carriera come il cervello dietro i piccoli criminali. Come Pensatore, diventa uno dei nemici ricorrenti di Jay Garrick. Tra i suoi dispositivi scientifici il più importante è il “Cappello Pensante”, un cappello metallico che può emettere forze mentali.

Nei fumetti è un nemico di Jay Garrick, e stando alle indiscrezioni trapelate nelle ultime settimane, sappiamo che il prossimo villain non sarà un velocista. Abbiamo già avuto un grande spoiler sulla prossima stagione?

Cosa ne pensate? Come andrà avanti la storia? Come finirà la stagione?

Scrivetecelo nei commenti qui sotto e partecipate alla discussione!

È sulla bocca di tutti: in Better Call Saul le avventure dell’avvocato James McGill prima di diventare Saul Goodman, il(legale) di Walter White in Breaking Bad, hanno raggiunto il cuore di decine di migliaia di spettatori. Si tratta di quelle stesse persone che, lo scorso weekend a Roma e a Milano, hanno bloccato la circolazione cittadina in attesa di poter gustare uno dei piatti presenti sul menù di Los Pollos Hermanos, la catena di ristoranti presente all’interno della terza stagione di Better Call Saul e nella serie Breaking Bad.

Ma come si fa a raggiungere un pubblico così ampio?

Il successo di Better Call Saul non nasce soltanto dalla sua natura di spin-off di Breaking Bad, ma dalla capacità di riuscire a creare un legame empatico davvero forte con lo spettatore. Quanti sono i fan di Breaking Bad interessati al ramo giuridico? È necessario essere legati ad un cartello della malavita per comprendere le dinamiche raccontate? Ovviamente no!

Eppure Better Call Saul riesce a creare un rapporto con lo spettatore unico e indissolubile che costruisce settimana per settimana e ci mantiene incollati allo schermo, ci racconta una storia costruita tassello per tassello in modo impeccabile fino ad esplodere in un episodio come quello andato in onda la settimana scorsa: un semplice caso in tribunale. Sulla carta una storia noiosa di un avvocato del New Mexico in cerca di una vita professionale agiata, ma in realtà un esempio di viaggio epico alla ricerca del Sé in una costante lotta con le proprie ombre del passato.

L’azione è il personaggio

Numerosi filosofi si sono confrontati sulla vera ragione dell’esistenza dell’uomo; alcuni tra loro la definiscono come la sommma totale delle sue azioni. Aristotele afferma che “la vita è azione e il suo fine è una modalità di azione, non una qualità”. Un personaggio che riesce a creare una forte empatia con il suo pubblico è quello che dimostra di avere un forte contrasto tra ciò che dice di essere e ciò che è davvero, ovvero ciò che le sue azioni lo portano ad essere.

James McGill, così come Walter White, è un personaggio che danza sul confine tra lecito e illecito, in una costante lotta tra ciò che è la sua natura e quello che vorrebbe essere nella vita. È un personaggio che crea un forte legame con il suo spettatore, un leitmotiv della letteratura, il self-made man che utilizza tutti i modi, leciti e illeciti, per raggiungere il suo scopo finale.

Non è quindi necessario aver provato una volta nella vita le stesse esperienze di Saul Goodman o di Mike Ehrmentraut per sentirsi nella gabbia della psicologia del personaggio, restando comodamente seduti sulla poltrona di casa.

Il bagaglio del personaggio

David Howard, professore di sceneggiatura alla University of Southern California, ci racconta nel suo testo Lezioni di Sceneggiatura una delle più interessanti verità sulla costruzione di un personaggio: il “bagaglio” e le sue “questioni irrisolte”. Per rendere vivo un personaggio non basta immaginare cos’altro farebbe se non fosse stato coinvolto nella storia. Serve scoprire il suo passato, cosa ha modellato le sue scelte nel futuro, capire cosa li porta “in vita”. È più probabile che risulti vivo un personaggio con dei punti di forza e delle debolezze, con lacune, ossessioni, paure e segreti, piuttosto che uno senza tutti questi contrasti.

Per poter sembrare veri i personaggi devono aver vissuto una serie di storie e bisogna comprendere quale sia il bagaglio che portano con sé. Il cambiamento è il vero e proprio catalizzatore della comprensione di un personaggio e in Better Call Saul il motore narrativo si sviluppa principalmente sul retrocedere, alla ricerca di risposte, alla costante ricerca della comprensione di un personaggio che va verso un futuro certo, ma dal passato complesso.

La comprensione è il motore dell’emozione

Nel viaggio che compie l’eroe alla ricerca della sua catarsi, ovvero del raggiungimento di una liberazione del peso che grava sulle sue spalle, ci troviamo ad accompagnarlo passo dopo passo, condividendone successi e fallimenti in un cammino pieno di ostacoli da affrontare. Il nostro coinvolgimento non è direttamente legato al gradimento del personaggio, talvolta vogliamo vedere il protagonista fallire per capire che piega prenderanno gli eventi come sarà possibile procedere nella storia.

È quello che succede con l’anti-eroe per eccellenza Walter White ma, in questa sede, quello che avviene a James McGill, del quale conosciamo l’amaro destino. Nonostante non vogliamo essere in grado di prevedere i cambiamenti di rotta del percorso seguito dal personaggio lungo la storia, ci lasciamo trasportare dal modo in cui questa stessa storia viene raccontata.

La travagliata storia di James con suo fratello Chuck, la storia professionale e sentimentale con Kim Wexler, l’illecita e misteriosa collaborazione con Mike Ehrmentraut sono solo alcuni degli elementi che permettono di aumentare il valore delle emozioni che ci permetteranno di comprendere meglio cosa significheranno le azioni di quel personaggio all’interno delle vicende narrate in Breaking Bad.

Nel momento in cui Kim scopre dell’esistenza della registrazione fatta da Chuck ai danni di suo fratello James, si precipita immediatamente dal suo collega/amante recitando la stessa frase che Saul Goodman userà con Walter White: “Dammi un dollaro”. Sarà questa la frase chiave che ci farà provare emozioni contrastanti nei confronti di un personaggio che ha imparato qualcosa dalla vita e che si porterà più avanti un bagaglio importante.

Sei interessato a storie, personaggi e avventure tra cinema e serie TV? Ti consiglio il mio libro Transmedia Creator, lo trovi qui.

La terza stagione di Better Call Saul è in onda su Netflix e noi non vediamo l’ora di sapere come fare James McGill a diventare l’iconico Saul Goodman.

Voi cosa ne pensate? Scrivetecelo nei commenti!

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