Benvenuti al “Grand Budapest Hotel”

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Immaginate di entrare in un grande albergo color pesca circondato solamente da alberi.
La maestosa porta d’ingresso si erge in tutta la sua grandezza e ad accogliervi vi è un garzoncello con una divisa viola e lo sguardo impaurito ma fiero. Lo direste mai che quel garzoncello diventerà il padrone di tutto ciò che vi circonda?

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Siamo agli inizi del ‘900, in una repubblica immaginaria chiamata “Repubblica di Zubrowka”.
La storia racconta dell’amicizia nata tra il concierge del rinomato Grand Budapest Hotel con uno dei suoi collaboratori più giovani, Zero Moustafa, il povero garzoncello.
I due si venturano dentro e fuori la città lottando per appropriarsi di un quadro di inestimabile valore lasciato in eredità al concierge da un’anziana donna con la quale egli era vezzo “passare del tempo”. Alla loro missione si oppone il figlio dell’anziana deceduta, convinto che la madre fosse stata soggiogata da un uomo in cerca di eredità e non del vero amore.

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Il film racconta le peripezie dei due in modo ironico e raffinato, regalando allo spettatore un susseguirsi di immagini in cui ogni dettaglio sembra essere rubato da un quadro di Hopper.
I colori pastello e l’atmosfera aggraziata si scontrano con la simmetria delle immagini e con le azioni (a volte) non-sense dei personaggi. Il regista Wes Anderson mescola ingredienti di follia e delicatezza fino ad ottenere un film che è un piacere per gli occhi e per il cuore come un dolcetto di Mendl’s.

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