Nella folle corsa alla condivisione del digitale, certe volte ci si dimentica di fermarsi a riflettere sulle proprie produzioni e su ciò che si ha fotografato, ripreso, scattato in giro per il mondo.

Una cosa che mi succede spesso, ormai si può utilizzare anche il termine “frequentemente”, è quella di partire per un viaggio, accumulare una quantità industriale di scatti e di materiale video grezzo e di avere poi pochissimo tempo per ritornarci su, anche soltanto per conservare meglio quel ricordo in memoria. È questo il motivo per cui più di una volta ho sentito la necessità di abbandonare mirrorless, Osmo, accrocchi vari ed eventuali e partire soltanto armato di smartphone. Tanto, si sa, alla fine se proprio lo facciamo, riguarderemo soltanto le foto che abbiamo pubblicato sui social, una o due volte al massimo.

È qui che si annida l’errore più grande che possiamo commettere in ambito sia artistico che lavorativo ed è per questo motivo che ho particolarmente apprezzato l’ultimo video di Peter Mckinnon, fotografo e video specialist con sede a Toronto che con i suoi consigli ha costruito una community di oltre 400mila follower su Youtube.

Nel suo video più recente (Peter è uno youtuber davvero prolifico, difficile stare al passo) ha posto l’accento sulla necessità di mantenere vivo e reale il nostro approccio alla fotografia in un modo davvero semplice: stampare i nostri scatti. Per questo motivo, armato di una canon Pro-1000 del valore di circa 1400€ ha dimostrato quanto sia interessante confrontare il proprio lavoro digitale creando delle stampe di alta qualità professionale.

C’è da dire che per ottenere stampe di qualità non è necessario investire un capitale: ad un prezzo davvero interessante è possibile affidarsi a laboratori online professionali, con una serie di soluzioni efficaci che ci consentiranno di cogliere diversi aspetti della nostra tecnica fotografica.

Noi abbiamo scelto Saal Digital, un azienda che ci ha fatto provare il suo servizio e di cui siamo rimasti pienamente soddisfatti. Grazie al servizio di stampa foto o stampa fotoquadri è possibile ordinare e ricevere in pochissimi giorni (provare per credere!) le nostre stampe ad una qualità che ci ha resi entusiasti del risultato.

L’ordine può essere effettuato utilizzando il software Saal Design (disponibile gratuitamente al seguente link www.saal-digital.it/software-download/software-saal-design/) oppure tramite servizio online (www.saal-digital.it/negozio-online/). È possibile scegliere la superficie, il formato e il tipo di fissaggio desiderato. Bastano veramente 5 click per ordinare la stampa e riceverla via corriere a casa o in studio.

Noi abbiamo stampato una foto di un viaggio negli Stati Uniti su pannello PVC 50×70, con ottimi risultati in termini di qualità: definizione di stampa ottimale, colori fedeli al progetto iniziale, supporto resistente e assenza di macchie o sbavature di stampa. Inoltre c’è da dire che l’imballaggio in cui è arrivata la stampa è stato impeccabile: cartone esterno a doppia protezione rinforzata, imballaggio del prodotto in plastica resistente e protezione della stampa con foglio di imballaggio opaco.

Per le vostre stampe potete collegarvi a  www.saal-digital.it ed effettuare il vostro primo ordine.

Oggi vogliamo parlarvi di Atmosphere Aerosol, uno straordinario prodotto proveniente dagli USA che farà felici tantissimi fotografi e video maker anche qui in Italia.

Nell’era dell’immagine e dei nuovi media, la sperimentazione non conosce limiti e ogni giorno assistiamo alla nascita di nuovi concept, tecniche e accessori per la fotografia e il video. Con Shifts! vado sempre a caccia di nuovi trend per spingermi oltre la cosiddetta “comfort zone” in modo da cercare nuovi stimoli al mio lavoro di film maker.

Per questo motivo sono rimasto davvero sconvolto nel conoscere l’esistenza di un prodotto come Atmosphere Aerosol, un’idea semplice ma allo stesso tempo rivoluzionaria. Si tratta di una bomboletta spray che rilascia una quantità di nebbia artificiale tale da riempire una stanza e da permettere una serie di interessantissimi effetti di luce riflessa e uniformemente diffusa. Se volete un controllo creativo della luce, con questo prodotto non esiste limite alla creatività.

Il video che potete vedere qui sopra da una dimostrazione precisa dell’utilizzo che si può fare di una bomboletta di Atmosphere Aerosol all’interno di una stanza esposta ai raggi solari o a una luce artificiale. Abbiamo in ogni caso testato l’efficacia di questo prodotto anche all’aperto con risultati più che soddisfacenti. Ovviamente avrete bisogno di una quantità proporzionale di nebbia artificiale in base alla distribuzioni degli elementi che bloccano il gas come alberi o costruzioni.

La comodità che ho riscontrato nell’utilizzo di Atmosphere aerosol può essere sintetizzata in una parola: praticità. Questo perchè una bomboletta di aerosol entra comodamente nella borsa; inoltre si tratta di un prodotto sicuro con certificazione non tossica e senza pericolo per l’ambiente.

Il prodotto contiene una quantità di butano e olio minerale che nonostante non rappresenti una quantità non tossica il mio consiglio è quello di utilizzarne una dose minima (così da far durare una lattina il più a lungo possibile – circa 15 utilizzi) ma soprattutto di utilizzarlo in locali in cui passa aria. Altro problema potrebbe essere l’alta concentrazione di liquidi che si depositano sul pavimento dopo l’utilizzo rendendo tutto scivoloso. L’utilizzo moderato e omogeneo permette di contenere questo effetto, ma ancora una volta trovo questo prodotto perfetto per scatti e video in esterna.

Atmosphere aerosol è un validissimo sostituto per una macchina da fumo, a un prezzo conveniente: una lattina di Atmosphere Aerosol costa sul sito del produttore circa 12$ ma potete ricevere uno sconto con l’acquisto di più articoli.

In sintesi, Atmosphere Aerosol è un prodotto da utilizzare con attenzione ma che può regalare enormi soddisfazioni creative.

Potete visitare il sito di Atmosphere Aerosol per l’acquisto di questo prodotto e potrete approfittare dello sconto del 15% inserendo il coupon SHIFTS in fase d’acquisto!

Questa recensione è da leggere rigorosamente con questo brano in sottofondo. Per chi non avesse ancora visto il film, questo articolo può contenere SPOILER!

Ed eccoci qui a commentare uno dei film più discussi dell’ultimo periodo, vi sto parlando di La La Land di Damien Chazelle, un regista classe 1985 (ha soltanto un paio d’anni più di me) ma di cui sentiremo parlare sicuramente molto in futuro. Con all’attivo un film davvero interessante come Whiplash, questa volta Chazelle torna a raccontare e a riesumare i fantasmi del passato del jazz, con un film che racconta il ritmo, prima delle emozioni.

La La Land è un film che non inserisco soltanto nel genere del musical, è qualcosa di più interessante soprattutto se confrontato con le grandi produzioni hollywoodiane del passato da cui lo stesso Chazelle ha preso sicuramente ispirazione. In una storia d’amore raccontata in un presente estremamente realistico e ambientato in una città come Los Angeles, nella quale gli attori sono costretti a correre tra un turno come barista e un appuntamento per un casting televisivo, trovano spazio l’ambizione e il sogno di una vita con un gusto che ricorda i grandi film del passato come Un Giorno a New York, con il leggendario Frank Sinatra, Bringing Up Baby (Susanna!) diretto da Howard Hawks e A qualcuno piace Caldo con l’intramontabile Marilyn Monroe.

In un panorama d’ispirazione come quello dello star system, fatto di luci ma soprattutto di ombre, La La Land racconta l’archetipico scontro tra ambizione e sentimento, dove gli intrecci si verificano in un ritmo forsennato che solo il jazz, quella musica che ogni sera cambia volto, riesce a raccontare.

Non ho mai apprezzato singolarmente Ryan Gosling ed Emma Stone, nonostante la loro fortunata filmografia. Ho sempre ritenuto che il loro principale problema fosse l’assenza di una certa “aura” che solo i grandi attori conquistano col tempo. C’è da dire però che la coppia è abbastanza affiatata e funziona bene sul grande schermo 699vaxn. La sensazione è che i due personaggi si incontrino nella danza e nel canto ma che conducano due vite essenzialmente parallele. Se è così, Gosling e Stone hanno centrato in pieno l’obiettivo.

Passiamo al valore tecnico del film: a parte la regia e la sceneggiatura (incredibilmente mature e ricche per un così giovane regista), sono tre gli elementi che elevano questo film a capolavoro. Parliamo sicuramente delle musiche: ancora una volta il compositore di fiducia di Chazelle, Justin Hurwitz, dopo aver creato splendide musiche in Whiplash, moltiplica il suo talento in La La Land. Le musiche originali sono quelle che donano un grande ritmo al montaggio, altro eccezionale elemento del film, e si accostano magnificamente allo storytelling cadenzato in stagioni, un po’ come avveniva per il film 500 Giorni Insieme.

Per finire, un grande plauso alla cinematografia di questo film che, a tratti, riesce a posizionare la storia tra il cinema e il teatro con un sapiente (e mai banale) utilizzo degli effetti speciali e degli “occhi di bue” che isolano i protagonisti dal resto della scena.

E voi? Cosa ne pensate? Attendo i vostri commenti qui sotto

Ieri sera, con qualche giorno di ritardo rispetto al voluto, sono riuscito finalmente a vedere Arrival di Denis Villeneuve, un film che mi ha incollato alla poltrona fin dal primo trailer rilasciato online.

Su SHIFTS! scrivo spesso di Transmedia Storytelling, quindi la prima cosa di cui mi va di parlarvi è la modalità di presentazione di questo film. Con l’uscita dei primi trailer erano nascosti degli Easter egg che permettevano a chi ascoltava la voce di uno degli alieni di ricodificare l’onda audio e di trovare delle coordinate che riportavano ad alcune delle città coinvolte nella trana del film.

Inoltre, una sorta di caccia al tesoro online aveva permesso di trovare un frammento dal diario di Louise (Amy Adams) che raccontava buona parte dei dubbi (e della storia) della protagonista. Una prova di storytelling transmediale a dir poco sensazionale.

Poi, arriva il giorno della verità, sono pronto a vedere il film. La visione dura circa due ore ma sembra che ne passi un quarto quando siamo quasi alla fine. Pochi momenti per respirare, tanti in cui si tiene il fiato sospeso. Se non fosse per il fatto che ogni tanto la luce verde dell’uscita di emergenza mi ricordi di essere al cinema, direi di essere totalmente immerso nell’invasione aliena.

Tre attori eccezionali, Amy Adams, Jeremy Renner e Forest Whitaker, per una storia altrettanto rivoluzionaria. Innanzitutto largo alle donne nei film di fantascienza: dopo il filone inaugurato dai nuovi film di Star Wars vediamo finalmente una donna che merita di interpretare una donna “di scienza”. Anche se Louise non si considera una vera e propria scienziata, la conoscenza è la chiave di comprensione di questo film.

Non mi protrarrò in stupidi spoiler, ma vi consiglio di guardare il film e poi di fare un giro su Reddit a leggere tutte le connessioni dei fan e a confrontarle con quello che voi avete capito della storia. È qualcosa di entusiasmante.

Con Arrival il cinema di fantascienza le armi tornano ad essere una domanda e non una risposta. Se anni fa gli attacchi alieni erano quelli di Independence Day o di Mars Attacks oggi il pubblico richiede un elemento più verosimile.

Regia e montaggio sono al massimo delle potenzialità per un film che è perfetto da questi punti di vista. Forse la sceneggiatura rischia di creare dialoghi un po’ “telefonati” in alcune parti del film. La colonna sonora è una delle cose migliori del film, con musiche a tema “circolare” come quelle di Max Richter (tra le migliori On the Nature of Daylight).

Arrival rivoluziona il genere fantascientifico, per come si presenta e per come racconta una storia fatta di emozioni e di errori di uomini e donne, costretti a confrontarsi con qualcosa di più grande di loro.

E voi? L’avete visto? Cosa ne pensate?

Grazie al cielo questo 2017 ha aperto le porte a tutta una serie di film che fanno venire di nuovo voglia di andare al cinema, dopo un 2016 un po’ freddino come produzioni internazionali.

Così, dopo l’interessante The Walk, Robert Zemeckis ci prova ancora con il suo nuovo Allied e, signore e signori, qualunque risultato volesse raggiungere, il regista di Ritorno al Futuro ci è riuscito ancora una volta.

Allied è un film meraviglioso, semplicemente. Racconta una storia semplice ma dal carattere epico e ci accompagna lentamente in una climax vertiginosa di emozioni non rischiando mai di cadere nella banalità.

Se il cinema è un Oceano di difficoltà, allora Zemeckis non ha mai smesso di lanciare a noi spettatori un salvagente a forma di domanda. Dal primo minuto del film ci domandiamo qualcosa sui personaggi, durante l’ultimo minuto del film ancora ci chiediamo cosa succederà.

Allied è un film che non si vergogna di scavare dentro l’animo dei suoi personaggi. La macchina da presa indaga, il montaggio non taglia sul controcampo e resta, impavido, a scrutare il dubbio che si innesta nell’eroe epico.

Se galeotto fu il film e chi lo diresse, allora la mia benedizione va sulla coppia Pitt-Cotillard, una sensazionale sintesi di empatia attoriale che racconta ben più della vita, ma qualcosa di più vicino alla vera passione. E poi, Brad Pitt è una garanzia contro i nazisti sin dal buon vecchio Bastardi Senza Gloria.

Se qualcuno di voi non avesse ancora visto il trailer, non lo faccia. Andate al cinema e godetevi ogni singolo colpo di scena perché sarà ancora più interessante scoprire la storia per la prima volta.

Di Allied non riesco a buttare via niente, direzione superba, recitazione da Oscar, musiche ed effetti speciali ineccepibilmente incalzanti. Solo una cosa odio di questo film: che mi “costringe” a vederlo almeno un’altra volta, quando c’è ancora tanto cinema da apprezzare nei prossimi giorni.

E voi cosa ne pensate?

Dopo mesi di voci di corridoio, produzioni andate a monte, registi che hanno abbandonato il progetto, sembra che qualcosa si stia muovendo finalmente nel giusto senso!

Non vi emozionate troppo all’idea, ma sembra che la prima parte della scrittura della sceneggiatura del film di Uncharted sia stata completata! Lo sceneggiatore Joe Carnahan ha ufficialmente completato lo script e celebrato il momento con questo post su instagram che sta facendo il giro del mondo

C’è ancora molta strada da fare prima che Uncharted: Il Film veda la sua uscita nelle sale, ma i primi passi sono stati compiuti e non vedo l’ora di conoscerne il risultato. Certo, i film tratti dai videogiochi sono quasi sempre un flop e le loro storie hanno spesso e volentieri una resa narrativa imbarazzante sul grande schermo, ma un progetto così interessante come Uncharted non può non avere la mia attenzione.

D’altronde la via che Sony e Naughty Dog hanno intrapreso con la realizzazione di spin-off narrativi già all’interno dell’universo videoludico (nel 2017 uscirà Uncharted: The Lost Legacy per Playstation 4) ci fa immaginare che Nathan Drake e compagni non abbiano appeso la pistola al chiodo e che ci sia ancora molto da raccontare.

Dopo aver dato nuova vita agli universi cinematografici di Star Trek e Star Wars, J.J. Abrams ha intenzione di rilanciare sulla sua carriera, sfidando ancora una volta le colonne d’ercole alla ricerca dell’inesplorato.

In un’intervista a People Abrams avrebbe dichiarato che tutti i lavori di storie pre-esistenti sono stati terminati e che ora il regista sarebbe più interessato a raccontare le sue storie al cinema.

“Mi sento incredibilmente fortunato ad essere stato coinvolto in qualcosa ho amato quando ero ragazzino” ha dichiarato “ma non ho alcun altro desiderio di farlo ancora. Ho voglia di lavorare ad un progetto di cui un giorno qualcun altro potrà farne un reboot.”

Secondo Abrams, in linea con il principio del transmedia storytelling, produrre dei “remake genuini” è una terribile idea. “Penso che se stai raccontando una storia che non porta innovazione, non introducendo nulla di rilevante, non stai creando una nuova mitologia o un’estensione della stessa mitologia, per cui un remake genuino di qualcosa sembra un errore”.

Se dovessi scommettere su una prossima produzione cinematografica di J.J our website. Abrams, non avrei dubbi sul suo interesse di creare un nuovo universo cinematografico, fatto secondo i suoi canoni e i suoi schemi narrativi. Qualcosa di profondamente complesso e misterioso, insomma.

Dopo aver creato TV show come LOST, Alias e Felicity e aver prodotto film come Cloverfield, l’unico film di cui abbiamo memoria che sia stato basato su uno script originale e diretto da Abrams è il “poco originale” Super 8, uscito nelle sale nel 2011.

Cosa ci conserva il futuro per le prossime produzioni di Abrams? E voi cosa ne pensate?

 

Qualche mese fa vi avevo presentato il trailer di Collateral Beauty come uno dei film più papabili per una candidatura ai prossimi premi Oscar, questa sera ho avuto la possibilità di vederlo al cinema e vorrei capire insieme a voi se si tratta di una conferma o se ci troviamo davanti ad un cambio di rotta.

Innanzitutto c’è da dire una cosa: Collateral Beauty è un film che non spicca per originalità della trama. Una serie infinita di romanzi e di storie (soprattutto nel periodo di Natale) prendono spunto dal canovaccio di Canto di Natale di Dickens, fatto di fantasmi, di allegorie bonarie e di nostalgie romanze.

In questo senso Collateral Beauty può essere inserito nel genere delle storie di Natale un po’ amare, dove il lieto fine va ricercato in un altro tipo di bellezza, quella collaterale. Appunto.

Nonostante il film attraversi le emozioni di un personaggio interpretato da un magistrale Will Smith (a proposito, ma quando si deciderà ad invecchiare?), ho avuto spesso la sensazione che la banalità della “magia del Natale” si trovasse dietro l’angolo. Collateral Beauty è una pellicola che fa sicuramente riflettere ma che si nasconde dietro gli stereotipi della narrazione; tutte le volte che prova ad “osare” qualcosa in più nei confronti dello spettatore, ci si ritrova davanti a qualcosa che più o meno ci si aspettava.

Corredato da una recitazione impressionante di un cast da Champions League, la struttura dei dialoghi segue una linea molto realistica fatta di personaggi che parlano con gli occhi e che, a mio parere, avrebbero potuto raccontare qualcosa in meno con le parole e qualcosa in più con gli il corpo. Meravigliosa la prima parte del film in cui Smith, abbandona l’uso della parola e affascina con le sue nevrotiche espressioni.

Ho trovato la colonna sonora vicina alla perfezione, con una scelta dei brani che accompagnava il ritmo del montaggio e che scandiva le emozioni dei personaggi come da tempo non mi capitava di vedere al cinema.

Collateral Beauty è, in sintesi, un capolavoro della tecnica e della recitazione che rischia di essere soggiogato dalla banale resa dello script. È ancora un film da Oscar? Staremo a vedere.

E voi cosa ne pensate?

Raccontare le radici è un po’ la missione del cinema contemporaneo. Almeno di quel cinema che ancora può essere definito largamente archetipico.

Posso sicuramente dire, non senza una nota di amarezza, che il miglior cinema internazionale prodotto nel 2016 è stato quasi del tutto affidato alla distribuzione di Gennaio nel nostro Paese.

Nei prossimi giorni si sfideranno a colpi di ingressi al botteghino film come Il Grande Gigante Gentile, Assassin’s Creed, La La Land, Florence e poco importa se la battaglia la vincerà il nostrano Mister Felicità di Alessandro Siani perché dopotutto, si sa, agli italiani piace ridere.

Aprire l’anno nuovo con la visione di uno dei film più interessanti del 2016 mi ha dato un’enorme senso di piacere, Lion è un film che racconta, documenta e insegna.

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La storia parla di Saroo, un bambino di 5 anni che sale per sbaglio su un treno che lo conduce a Calcutta, lasciandosi alle spalle la famiglia e il piccolo villaggio indiano dove è nato. La sua sopravvivenza lo porta ad essere adottato da una famiglia austaliana.  Dopo molti anni Saroo non ha dimenticato le sue radici e passa le sue serate su Google Earth per rintracciare il villaggio dove vivono la madre e i fratelli.

Il film sembra quasi spaccato a metà: la prima parte racconta le avventure dei primi anni di vagabondaggio del piccolo Saroo alla ricerca della sua famiglia e documenta la penosa situazione di povertà presente nella città di Calcutta; la seconda parte rappresenta, al contrario, il momento del riscatto sociale, una vita in cui Saroo si ritrova ma di cui non sente una profonda appartenenza.

È proprio qui che si esaurisce il luogo comune sulla famiglia e inizia il viaggio verso il piacere di esistere. Saroo è un personaggio profondo, così forte da essere tormentato dal pensiero della sua famiglia in India in pena per la sua scomparsa. È un eroe che ricorda un’epica passata ai nostri tempi, un traveller without moving, un cercatore immaginario. Saroo continua a tracciare nella sua testa gli itinerari fatti da bambino, alla ricerca di sua madre e di suo fratello.

Nel raccontarci questa storia la macchina da presa corre con Saroo, gli vola accanto, lo accarezza e lo confonde tra la folla, si immerge con lui e ci avvicina al protagonista con una tale veemenza che può talvolta sfociare nel virtuosismo più feroce. Il film è girato così bene che incolla alla poltrona, attaccando addosso allo spettatore un senso di pacata trepidazione, in attesa di una soluzione ai nodi della trama.

Lion: La strada verso casa è un film che non mette solo insieme un grande cast di attori, ma li fa entrare in contatto con personaggi veri, con storie realmente avvenute. È questo, banalmente, il segreto di questa storia. Raccontare la vita, quella dei contrasti familiari alla ricerca del proprio Sè, è il sentimento alla base dell’epos antico, quelle storie in cui il pio eroe andava alla ricerca di un senso, oltre le colonne d’Ercole, confrontandosi egoisticamente con la propria Ombra.

Saroo è un personaggio contemporaneo, è un nuovo Enea, un bambino che ha combattuto la guerra della povertà portandosi alla vittoria, ma mantenendo un senso profondo di attaccamento alle proprie radici. Se dovessi proporre un film alla commissione dei prossimi Oscar, non avrei assolutamente alcun dubbio su questa scelta.

Dopo due anni di assenza dal grande schermo, un Alessandro Siani più maturo torna a sedersi sulla sedia da regista e porta al al cinema il suo prossimo Film, Mister Felicità, disponibile dal 1 gennaio 2017.

Andando ad esaminare l’offerta cinematografica di questo periodo, ci rendiamo conto di come Alessandro Siani compia ancora una volta una scelta diversa dal posizionarsi al botteghino nel periodo natalizio. Molto amato dal pubblico, la scelta di aprire il nuovo anno avvenne già con il film “Si Accettano Miracoli”, un prodotto che si evidenziava per qualità dell’ironia.

Con questo film è già possibile notare dal trailer quanti passi in avanti abbia fatto Siani nella sua recente carriera da regista: l’attenzione alla fotografia, la costruzione dei dialoghi e la capacità di esportare l’essere napoletano oltre i confini dello stereotipato. Il paragone con i grandi della commedia partenopea come l’immenso Massimo Troisi è qui palese ma la strada, seppure quella giusta, è ricca di salite.

In Mister Felicità Siani interpreta il ruolo di Martino, un giovane napoletano indolente e disilluso, che vive in Svizzera dalla sorella Caterina. Un imprevisto costringe all’immobilità la giovane sorella che ha bisogno di costose cure. A Martino non resta che lavorare al posto di Caterina come uomo delle pulizie presso il dottor Dott. Guglielmo Gioia, un mental coach specializzato nello spronare le persone attraverso il pensiero positivo e l’azione.
Durante un’assenza del Dottor Gioia, Martino ne approfitta per fingersi il suo assistente. Uno dei suoi primi pazienti sarà la famosissima campionessa di pattinaggio Arianna Croft che, dopo una brutta caduta sul ghiaccio, ha perso completamente fiducia in se stessa e amore per il proprio sport. I campionati europei di pattinaggio, però, sono alle porte: ce la farà Martino, nell’insolito ruolo di Mister Felicità, tra equivoci e rivelazioni inaspettate, a far tornare Arianna la campionessa che era?

Con un soggetto del genere Alessandro Siani si affaccia ad una finestra attuale della società, quella che ci mostra una meravigliosa insoddisfazione dell’essere, capace di essere curata soltanto attraverso il pensiero positivo. Raccontare una nuova faccia delle emozioni attraverso la commedia è ancora una volta l’obiettivo da raggiungere, cercando questa volta di avvicinarsi, e in un certo senso cambiare faccia, all’interessante dottrina del mindfulness.

Siani reciterà insieme ad un cast di eccezione: Diego Abatantuono, Carla Signoris, Elena Cucci, Cristiana Dell’Anna.

Appuntamento il 1 Gennaio al cinema con Mister Felicità, qui la pagina ufficiale del film.

Buzzoole

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