Quando il cinema dice addio: le migliori partenze dei protagonisti dei film #storytelling #cinema

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Il cinema, si sa, è una metafora della vita stessa. Racconta storie, ci emoziona, crea personaggi, miti e leggende e, spesso e volentieri, ci fa vivere in un limbo tra sogno e realtà. Almeno per una buona sessantina di minuti, mentre siamo nel pieno del processo empatico che ci dirige verso le emozioni del protagonista della storia.

Su questa direzione, uno degli archetipi umani più importanti che ritroviamo all’interno della cinematografia internazionale è sicuramente quello della partenza. Nella vita, indipendentemente dall’età che uno ha, ognuno di noi ha vissuto un sentimento di abbandono o ha dovuto lasciare qualcosa a cui teneva o, al contrario, di cui non gli importava più nulla.

Joseph Campbell, uno dei saggisti più importanti del secolo scorso e considerato in misura più ampia come uno tra i più grandi padri della narrativa cinematografica, ha insistito nei suoi scritti sull’arco narrativo dei personaggi e sul fenomeno della partenza come un processo dinamico nel quale l’eroe compirebbe un viaggio epico alla ricerca di sé stesso, con l’obiettivo di dire ulteriormente addio alla sua avventura e trovare un nuovo Sé. In questo processo, lo spettatore avverte un senso forte di immedesimazione nei confronti di un personaggio che “sente” come parte del suo destino.

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Prendiamo ad esempio uno dei film in cui il sentimento di abbandono della propria vita alla ricerca dell’avventura si avverte in maniera più forte: Lo Hobbit. In questo film, il protagonista Bilbo Baggins non ha nessuna intenzione di lasciare la Contea alla ricerca dell’avventura con la compagnia dei Nani. Il suo successivo abbandono a favore della chiamata all’avventura lo porterà a vivere una serie di emozionanti storie che lo porteranno alla difficoltà di abbandonare la sua nuova vita a favore del rientro nella sua terra. In realtà Bilbo Baggins attraversa due tipi di addio: il primo è quello legato alle avventure narrate ne Lo Hobbit; il secondo è quello che dà a Frodo nel momento in cui si rende conto che il suo momento è venuto e deve lasciare la Terra di Mezzo.

Ho particolarmente apprezzato il lavoro fatto da Cinefix sulle miglior partenze del cinema di tutti i tempi e ho preso spunto da questo breve documentario per indagare ulteriormente sull’argomento.

Potremmo fare numerosissimi esempi su come il cinema ci ha preparati all’addio. Spesso e volentieri nella struttura narrativa abbiamo una percezione netta di un personaggio che ci sta abbandonando a favore di una nuova condizione o che, peggio, stia passando a miglior vita. Spesso alcuni atteggiamenti dei protagonisti ci innervosiscono a tal punto che abbiamo la sensazione che in quel momento lo sceneggiatore ci stia quasi “spoilerando” il prossimo abbandono di quel personaggio.

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Altre volte, invece, l’addio viene utilizzato per raccontare l’inizio una storia. Su questo tema mi viene in mente un meraviglioso film chiamato Mr. Nobody con protagonista un ottimo Jared Leto, che ha avuto una distribuzione italiana soltanto nell’ultimo periodo. In questo film assistiamo alla storia di un uomo di 117 anni, l’ultimo essere mortale sulla Terra dopo che la razza umana ha scoperto il segreto dell’immortalità. Nemo, con ricordi sbiaditi, racconta delle sue principali storie d’amore, del divorzio dei suoi genitori e delle successive difficoltà incontrate in tre momenti della sua vita. Di cosa parla questo personaggio? Ma di abbandoni, no?

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Uno dei migliori addii del nostro cinema è sicuramente quello che ci regala Marcello Mastroianni nel capolavoro di Fellini “La Dolce Vita”. Questo film è un’allegoria suprema della redenzione umana che tarda ad arrivare o non arriva affatto, in un modello di eroe che difficilmente possiamo trovare in una produzione di quel tempo. La morte di Steiner prima, il tentativo di abbandonare la vita da “superuomo” poi, creano in Marcello un sentimento di abbandono, di abbattimento che lascia nello spettatore un senso di confusione.

In Vita di Pi assistiamo all’abbandono della tigre, che va via nella foresta e si ferma a metà strada con la speranza di Pi di vederla girarsi per creare un senso di conforto della loro impossibile relazione in mare aperto. La tigre però guarda fisso alla foresta, creando nello spettatore un processo di distruzione emotiva, creato dalla necessità di trovare un processo empatico che non arriverà mai.

Sarebbe facile parlare di allontanamenti, partenze ed addii in film epici come Star Wars, o in storie come Casablanca o, meglio ancora, nel meraviglioso esempio che potrebbe essere Forrest Gump. Ho deciso però di chiudere questo articolo con una delle scene che ho preferito nel panorama degli addii al cinema.

Si tratta della scena finale di The Truman Show in cui un favoloso Jim Carrey riesce a fuggire dall’incubo di una vita controllata dai media, un mondo che osservava la sua esistenza come se fosse uno show. Dopo un difficile viaggio ai confini del “mondo”, il protagonista di The Truman Show trova finalmente la via d’uscita mentre tutti gli spettatori sono incollati allo schermo in attesa di un suo confronto. E si chiude così, con un inchino e la frase: “Casomai non mi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte”.

Uno dei migliori addii al cinema di tutti i tempi.