Cosa mi ha insegnato la prima stagione di House Of Cards

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Non vi nasconderò la verità. Non ho mai amato le storie di intrigo politico, nè quelle ambientate nel mio paese nè tantomeno quelle di derivazione oltreoceanica. Ogni volta che ho visto un film politico come Frost/Nixon – Il duelloLe idi di Marzo tutto ciò che mi è rimasto è stata una violenta rottura di coglioni.

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Ho cominciato a guardare House of Cards dopo un anno circa dal mio ritorno dagli USA. Alle lezioni presso la UCLA ci hanno presentato questo nuovo progetto firmato Netflix come qualcosa di eccezionale ed innovativo. Si tratta di una rivoluzione dal punto di vista della promozione: tutta la stagione disponibile, immediatamente, sulla piattaforma di streaming più utilizzata negli Stati Uniti. Ma non era solo questo. La serie che narra le vicende di Francis Underwood, un politico attivo al Congresso di Washington che, attrerso un complotto interno, cerca di organizzare il suo personale piano contro il Presidente degli Stati Uniti D’America.

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House of Cards è il primo caso di web-serie di eccellente fattura. Diretti da Did Fincher, James Foley, Jason Reitman e altri grandi registi del cinema e organizzati magistralmente da Beau Willimon, gli episodi di questa serie si pongono in una dimensione altra rispetto alla produzione cinematografica e televisiva a cui siamo abituati ad assistere solitamente. Una produzione ambiziosa che, a mio viso, non nasconde ostentazione nè predilezione per le più aggressive campagne di product placement mai viste su un piccolo o grande schermo. Basti pensare alla quantità di loghi, marchi e prodotti elettronici tra Sony, Microsoft e Apple che ci vengono proposti in maniera a volte vilente (vi ricordate della PSVita a casa di Peter Russo?).

Dopo er visto le prime tre puntate su Sky Atlantic, dopo una notte senza sonno, ho deciso di continuare a guardare i 10 episodi rimanenti.

Non mi capita di appassionarmi in maniera così allucinante da quando guardo LOST. Ogni giorno che passa evo danti agli occhi la trama sottile delle relazioni che venivano tra Frank Underwood e Zoe Barnes, passando per l’impossibilità di decifrare il matrimonio del protagonista con Claire e la sua interazione con il deputato Peter Russo.

Una puntata dopo l’altra mi ha lasciato con il fiato sospeso. Ho uto bisogno di guardare quella successiva, non riuscivo a credere di potermi abbandonare a questi dolci rush seriali che, incredibilmente, potevano essere soddisfatti senza attesa. Almeno a guardarli in lingua originale.

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House of Cards mi ha insegnato qualcosa di importante, ovvero l’esistenza di qualcosa dentro di noi che ci spinge a reagire agli stimoli della società intorno a noi, grande o piccola che essa sia, dominata da mostri e vampiri o da uomini con capelli grigi dietro a marmoree scrivanie. Durante i giorni in cui ho guardato questa serie ho maturato un aspetto critico che non credevo potesse essere sopito dentro me e ho permesso alla mia volontà di creare un approccio diverso al raggiungimento dei miei obiettivi.

Certo, critico l’eccesso generato dal “fine che giustifica i mezzi”, ma le azioni di Frank Underwood sono in linea con qualcosa di terribile e spentoso che, probabilmente, lo rendono un anti-eroe tipico della tragedia Shakesperiana, già confermato nella versione teatrale del Riccardo III performata dallo stesso Kevin Spacey (lo abbiamo uto nel 2011 a Napoli).

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Come Riccardo cercherà i suoi fantasmi, così anche Frank sarà vittima delle sue azioni che ci porteranno a seguire l’evoluzione di un personaggio che ballerà più volte sulla linea che marca il confine tra necessità e insicurezza nei confronti della sua vita e delle sue relazioni.

“Vesto così la mia nuda perfidia con vecchi stracci carpiti a casaccio dai sacri testi; e mostro d’esser pio quanto più mi comporto da demonio”

Questa citazione dalla tragedia shakespeariana potrebbe essere stata più volte consultata da Willimon per la redazione dei tanti “a parte” teatrali che il protagonista recita durante la descrizione al pubblico delle sue strategie.

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House of Cards fa paura. Ma è quella paura di cui non puoi fare a meno, quello stesso terrore che ti spinge ad indagare da bambino sull’esistenza del mostro che vive sotto il tuo letto.

O dentro te stesso.