Ogni tanto in rete si scovano degli illustratori davvero divertenti che con una serie di disegni dalla grafica e dallo storytelling essenziali riescono ad essere più profondi di tantissimi artisti che vendono prodotti per le major. Meritocraticità del web, niente di nuovo.

Oggi vi voglio parlare di Alex Norris che ho scoperto su Bored Panda, un artista che pubblica da un po’ di tempo sul suo blog una serie molto simpatica che ci mette davanti a tutte le nostre piccole nevrosi quotidiane. Il protagonista è un “blob” molto simile ad un “barbapapà” che ogni giorno si trova davanti ad una piccola avventura, all’apparenza stupida ma che, se ci pensate, ci avvilisce davvero tanto.

Eccovi una piccola galleria, per visitare il blog di Alex Norris basta accedere al suo tumblr.

Quando si parla della vita di Johnny Cash, stella del country folk americano, il primo riferimento – inevitabile – è il meraviglioso film intitolato “Walk The Line – Quando l’amore brucia l’anima” diretto da James Mangold e interpretato dagli eccezionali Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon (vincitrice, grazie a questo film, di una statuetta agli Oscar del 2006).

Stavolta però la biografia non nasce dai racconti dello stesso Cash, ma da Reinhard Kleist, uno dei più originali autori di biografie a fumetti d’Europa. La sua storia di Johnny Cash, leggenda del country americano, è da quasi un decennio il testo di riferimento per capire il tormento dell’anima di uno dei più controversi artisti della musica del Ventesimo secolo.

Per questo motivo ho letto la nuova edizione di questa produzione eccellente grazie a BAO Publishing che pubblica a pochi giorni dall’anniversario della data di nascita di Cash, il 26 febbraio 1932, la nuova edizione di questa biografia a fumetti, riveduta e corretta, che comprende un’appendice a colori con illustrazioni di Reinhard Kleist.

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Il racconto si apre con il Folsom Prison Blues in onore dei tempi in cui Cash visitò la prigione di Folsom per un concerto dedicato ai detenuti. Ironia della sorte, proprio ieri 16 Febbraio, è stata scoperta a Folsom una nuova specie di ragno. Questa tarantola è stata chiamata dagli studiosi “Aphonopelma johnnycashi”, in onore del cantante che tenne il suo famoso concerto in quella zona.

Di I see a Darkness sono stato rapito dal disegno, a volte semplice ma efficace, e dalla struttura dello storytelling. Raccontare una leggenda della musica a partire dalle sue origini umili, come figlio di un self-made man che iniziò da zero per diventare coltivatore di cotone, non è impresa facile. La costruzione diegetica a favore di una linea più cinematografica che fumettistica aiuta a meglio digerire tutti i momenti critici della vita del nostro protagonista.

Raccontare una leggenda significa raccontare anche l’evoluzione storica e l’ambiente intorno ad una figura così importante come quella di Johnny Cash. In questo sembra esserci una vena poetica che ruota intorno ai personaggi, portando la nostra attenzione su differenti temi e storie.

Cash – I see a darkness è disponibile in tutte le librerie a partire dal 18 febbraio 2016

Nuova uscita in edicola per la versione ridotta delle storie di The Walking Dead. Quando ormai Negan sembra messo all’angolo spuntano nuove vicende a preoccupare Rick Grimes.

Rick è il leader delle comunità sopravvissute alla grande Guerra contro Negan. Vive ad Alexandria ed è lì che ha accolto Magna e i suoi. Carl, però, è cresciuto e vuole trasferirsi ad Hilltop e farsi la propria vita: Rick ha acconsentito e lo accompagnerà alla cittadella guidata da Maggie. Ma cosa sono i misteriosi sussurri che danno il titolo all’albo? Qualcosa di orribile e spaventoso.

Questo è quello che recita la sintesi sul sito ufficiale di Saldapress che distribuisce gli albi in Italia. Quello che però non viene detto è che questo numero è assolutamente un volume di transizione, un fumetto che non ci lascia grande emozione e ci fa soltanto capire che un nuovo cambiamento è in arrivo. Non vi spoilero il finale, ma state sicuri che il surreale è dietro l’angolo.

Per quanto riguarda la resa della storia, il nuovo gruppo sembra intenzionato a restare all’interno delle mura di Alexandria e la comunità in allargamento è sicuramente una giusta mossa per permettere, senza ombra di dubbio, l’ennesima tragedia. Sicuramente è ancora presto per parlare, ma il trend della storia è sicuramente calato rispetto alle vicende che precedono l’arrivo di Negan.

Anche la serie TV di The Walking Dead, in pausa su FOX, si appresta ad accogliere il più potente super nemico della saga, vedremo come svilupperanno la storia gli sceneggiatori e se ci saranno delle sorprese dopo il deludente inizio di stagione con pochi colpi di scena e tanti dialoghi socio-psicologici.

 

Ed eccoci finalmente arrivati al capitolo finale della lunga e ridondante Guerra Totale che ha visto da una parte gli “Stati Uniti di Hilltop”, capitanati da Rick Grimes, contro i Salvatori di un esaltatissimo Negan. Nello scorso numero avevamo lasciato Rick mezzo morto a causa di una freccia scoccata da Dwight, un personaggio che si muoverebbe, almeno secondo Kirkman, sulla linea di confine tra le due fazioni, tra fedeltà e tradimento.

In questo numero gli autori di The Walking Dead vogliono ancora una volta farci capire l’importanza del dialogo e della socializzazione, nonostante i protagonisti del fumetto si trovino in una situazione di completo scacco. Ancora una volta, Rick Grimes, sceglie la via della parola per ingannare Negan che, stupidamente, si lascia convincere da un quasi totale monologo dai contenuti abbastanza triti.

Il tempo di lettura di questo volume è, a causa dei contenuti vagamente interessanti, fissato intorno ai 3 minuti e mezzo. Non vi aspettate una grande fine della guerra, ma soltanto quello che c’è stato finora: titoli e tanti paroloni.

Nel frattempo siamo agli inizi della sesta stagione televisiva che, se non fosse per la grande eco social creata da Fox Tv e da tutti gli spettatori del programma, probabilmente ci lascerebbe dormire davanti alla televisione sonni ancora peggiori di una fantozziana corazzata “kotiomkin”.

Per me, The Walking Dead, sta diventando lentamente una cagata pazzesca.

 

Continuano le nostre recensioni dell’edizione da edicola del fumetto più amato dagli zombie-lovers di tutto il mondo. Questo mese le avventure di Rick Grimes e compagni, in guerra contro i Salvatori sembrano essere ancora più grottesche e paradossali. Rifugiatisi ad Hilltop con tutti i superstiti, sembra che anche qui si ripeta il gioco del gatto e del topo, con una strategia che si basa semplicemente sulla sopravvivenza.

Ed è così che nell’impossibilità di piazzare una pallottola in testa a Negan in versione terminator il nostro più volte sfigurato protagonista si becca anche una bella freccia (o dardo) nel fianco. Da chi? Vi invito a leggere la storia di questo mese!

In ogni caso, pur trovandoci agli sgoccioli di una guerra durata fin troppo e, onestamente, senza essere poi così avvincente rispetto a quanto abbiamo visto nelle precedenti sfide contro il governatore di Woodbury, la dinamica resta quella inventata da Akira Toryiama nel suo famosissimo Dragon Ball: morto un nemico potente, ne arriva uno ancora più potente. Cosa si fa contro un nemico più potente? Ci si potenzia e ci si allea, ma stando attenti alle complicazioni di un mondo dove i morti ritornano, ma non grazie alle sfere del drago.

 

 

Ho letto l’ultimo volantino, ehm, volumetto di The Walking Dead in concomitanza con la data di uscita nelle edicole, ma solo adesso ho avuto modo di analizzarlo grazie anche alla fase televisiva che racconta le vicende che stanno attraversando Rick Grimes e soci ad Alexandria.

Il volume si chiama “Completamente Fottuto” : Michonne sembra essere quasi contenta di aver trovato un nuovo amico e, in uno scenario che ancora racconta la preparazione alla prima battaglia, vediamo Negan fare una mossa da psicopatico, uccidendo Spencer, ma dimostrando un certo senso del decoro e dell’onore.

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Il folle gesto di Negan

 

Il fatto che Negan ricordi Il Governatore televisivo ci porta, da un certo punto di vista, in una dimensione completamente nuova rispetto al fumetto. Secondo la teoria che abbiamo già ripreso in una serie di vecchi articoli su The Walking Dead sembra che Rickman, per una sua logica consecutiva, riesca a ricreare più universi paralleli per cui i personaggi si passano, per osmosi, dei caratteri particolari.

Fortemente archetipici, i personaggi e le vicende di The Walking Dead sono, nel nuovo volumetto, ancora una costruzione prettamente sociologica della ricostruzione. Non si cerca una cura, non si bada più ai vaganti se non come una certezza da affrontare nel momento giusto.

Sono i vivi che, ancora una volta, fanno paura. Il parallelismo con gli ultimi due episodi andati in onda non starebbe quindi tanto nella lettura delle vicende trasposte dalla china al mezzo filmico, ma nella gestione delle emozioni e dei sentimenti. Rick è una persona sola, nonostante abbia Carl con sè, e resterà una persona sola anche con Andrea al suo fianco.

Ci saranno tante persone che andranno contro colui che vuole dominare sul gruppo, ma ironia della sorte, sembra che le persone che Kirkman abbia lasciato in vita (Carol nella serie e Andrea nel fumetto) si schierino dalla sua parte, giurandogli cieca fedeltà.

La settimana prossima ci sarà il finale della quinta stagione, probabilmente il gruppo farà la conoscenza di Lucille.

Prima di pronunciarmi sul recentissimo loro di Luca Vecchi Claudio Di Biagio, ho uto bisogno di un paio di giorni per assorbire le violente critiche a fore di una lettura più matura e ponderata di quello che sembra lo sforzo più o meno riuscito di inquadrare un personaggio che soltanto il suo creatore, Tiziano Scli, ha saputo imprigionare in una dimensione cinematografica nel “criptosissimo” DellaMorte DellAmore con Rupert Everett (l’unico vero Dylan Dog  in carne ed ossa) ed Anna Falchi.

Certo, la visione di questo mediometraggio destinato al web fa fare un profondo e motivato sospiro di sollievo a chi, come me, si fosse sentito profondamente offeso da quella americanata uscita qualche anno fa che sembra una versione al maschile di Buffy L’Ammazzampiri, evirata per ragioni di copyright del personaggio più interessante del fumetto dopo l’indagatore dell’incubo: Groucho.

Ed è da questo personaggio che voglio partire nella mia lettura di Dylan Dog: Vittima degli eventi. Groucho è un personaggio essenziale, catartico, e non soltanto perchè lancia sempre la pistola nel momento del bisogno, pur non essendo talvolta presente sul luogo del crimine. Il sosia del famoso comico statunitense non è solo un aiutante, ma una pedina essenziale nello svolgimento delle trame narrative delle storie dylaniate. Luca Vecchi si propone in Vittima degli Eventi come un simpatico caratterista, ma nulla più. Manca la scrittura alla base di un personaggio che non è più simpatico ma altezzoso, fastidioso e menefreghista. In linea generale, non credo di er visto mai nulla del genere nei volumi di Dylan Dog 1.0 e invito Roberto Recchioni a correggermi se ci sono delle cose che ancora non conosco e di cui verrò a sapere nei prossimi albi dedicati al “new boy”.

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Procedendo sulla falsa riga dei personaggi vi parlerò ancora della recitazione: esiste un abisso tra le recitazioni di grandi attori come Alessandro Haber (nel medio è l’ispettore Bloch, non ancora pensionato) e Milena Vukotic (a Madame Trelkovski rei eliminato in regia qualche “erre moscia” di troppo) e dei neopatentati Valerio Di Benedetto Sara Lazzaro che, forse per qualche ingenuità in regia, tentennano nel gestire il proprio personaggio.

Il maggiore plauso va ai tecnici di fotografia effetti speciali per er saputo trattare così bene le atmosfere noir del fumetto, rendendole in un gusto meno nebbioso e londinese (ci sta tutto) e per er creato qualcosa che siamo abituati a vedere soltanto al cinema, quello statunitense, sia ben chiaro. Non voglio però in questa occasione fare una polemica su quanta volontà abbiano i nostri tecnici e quanta poca disponibilità dia il cinema nella creazione di effetti di grande valore. Ma sono tempi in cui sta appena arrivando il genere supereroi nel BelPaese con l’ultima pellicola di Gabriele Salvatores con il suo “Ragazzo Invisibile“. Dico, con questo apprezzamento, che se il film si fa guardare gradevolmente fino alla fine è grazie ad alcune scene di gran valore fotografico e di VFX.

La mia scena preferita è, infatti, quella in cui Dylan scopre il Safarà lungo le sponde del Tevere e nella quale possiamo godere della recitazione di un grande Massimo Bonetti nel ruolo di Hamlin, un personaggio reso in maniera molto intelligente in sceneggiatura e con il quale anche Di Benedetto nasconde molte delle imperfezioni presenti nelle precedenti sequenze, in un misto di sogno e realtà lontano dalla magia del fumetto, ma più vicino ad un punto di collegamento tra Matrix e mondo reale.

The last, but not the least, la regia. Caro Claudio, mi sei dvero simpatico (mi fai ridere un sacco quando prepari il presepe con la nonna) e mi rendo conto delle difficoltà nel gestire un progetto così ambizioso con un budget così ridotto, ma su alcune cose non mi sembra esattamente che tu sia stato una vittima degli eventi, così come i tuoi protagonisti. Dico questo perchè, quando ho uto la possibilità di seguire la vostra MasterClass a Giffoni in cui mi trovo per caso mentre loro non sono riuscito a dare un giudizio a quel poco che sono riuscito a vedere, d’altronde la pizza va giudicata quando è a tola e non quando è solo farina.

Ora che è passato un pò di tempo, mi sento di dire che, nonostante le difficoltà, ci sono delle scelte che fanno un pò stancare lo spettatore più legato al cinema e alla televisione. Ad esempio, i primi minuti sono troppo lenti, con un montaggio ripetitivo e monotono. Dopo qualche secondo so già cosa accadrà anche se, ragionando per assurdo, io non fossi un fan di Dylan Dog. Alcune inquadrature sono dvero sbagliate o, spero di sbagliarmi io stolta, addirittura ponderate e “lynchiane”. A mio parere, modestissimo e scevro dalla verità assoluta, sarebbe stato il caso di parlare in un linguaggio visivo meno carico ma, probabilmente sono state scelte ponderate con il D.O.P. Matteo Bruno.

Inoltre bisogna “equalizzare” un pò le recitazioni e renderle tutte su un livello in cui si notano meno le differenze. So che è difficile da fare in casi del genere in cui si lora con grandi personalità ma, stolta non ci sta niente da fare, è il loro del regista e sono cazzi. L’attore va plasmato nelle mani del regista, questa cosa non me la sono inventata stanotte.

Resto comunque dell’idea che la sequenza del Safarà ha dato grande spessore, peccato per il legame un pò forzato in sceneggiatura con il resto della trama.

In ultima analisi credo che, nonostante le dovute e ponderate critiche, resti in ogni caso il migliore fan movie su Dylan Dog e credo che, con qualche forza economica in più e qualche ambizionismo in meno, remmo uto un film di 100 minuti o una serie di più puntate che remmo potuto, con le grandi storie dedicate all’indagatore dell’incubo, presentare come la novità italiana dopo Gomorra: La serie endo la giusta reazione in tutto il mondo a questo grandissimo personaggio, così difficile da portare sullo schermo. Ma questo però, ve lo auguro e CE lo auguro di cuore.

D’altronde, cosa abbiamo da invidiare a Robert Kirkman e il suo The Walking Dead?

Sembra una risposta italiana agli engers, ma è dvero un sogno per tutti quelli che hanno sfogliato più di un’ventura dell’indagatore dell’incubo o degli altri protagonisti delle storie targate Bonelli.

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Il 23 aprile uscirà il dodicesimo Dylan Dog Color Fest e questa volta le dylaniate venture saranno vissute da altri celebri eroi. Ci sarà Mister No che incontrerà Dylan nell’Amazzonia degli anni ’50 grazie alla fuga del dio Ananga, già antagonista in diversi albi di entrambi gli eroi. remo poi una storia in cui vedremo un fantascientifico indagatore dell’incubo accanto a Nathan Never grazie alla storia di Dide Rigamonti e ai disegni di Ivan Calcaterra in cui vedremo i protagonisti combattere un demone proveniente dal passato. C’è ancora spazio per un ritorno ad epici incontri con il biondissimo Martin Mystere con una storia di Luigi Mignacco e Alfredo Castelli e disegnata da Luigi Piccatto e Renato Riccio. In questa storia assisteremo ad un labirintico scambio di ruoli. L’ultima storia è invece dedicata alla collaborazione con Napoleone, albergatore ginevrino famoso per le sue oniriche storie da detective.

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Credo che questo Dylan Dog sia la prova per la Bonelli di riuscire ad essere sempre al passo con i tempi e di riuscire ogni volta a concludere un ciclo per iniziarne uno stilisticamente forte. La scelta della casa editrice di attivare un circuito di cross-storytelling legato alle varie storie del proprio universo, rende alla perfezione la volontà di adeguarsi ad una richiesta di mercato restando fedeli alla bellissima tradizione delle storie che ci hanno accompagnato durante la crescita.

In attesa di questo albo, che sarà assolutamente da comprare, dedichiamoci all’anteprima che troviamo sul sito ufficiale di Bonelli editore a questo link.

 

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