Bubuš di Julia Kissina: una storia d’amore che fa ridere, poi stringe la gola

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C’è un momento preciso in cui capiamo che ci serve il libro giusto: quando abbiamo appena finito di parlare con un’amica che sta “solo conoscendo uno”, e noi sentiamo già nell’aria il rumore secco della porta che sta per sbattere. Non vogliamo il solito romanzo che moralizza, non vogliamo nemmeno quello che romanticizza l’autodistruzione come fosse una playlist indie. Vogliamo una storia che sappia essere divertente e spietata nello stesso respiro, che ci faccia riconoscere i segnali senza metterci la giacca del giudice. Bubuš fa proprio questo: parte come un’idea brillante e impulsiva, e poi ci accompagna dentro una passione che è insieme fuoco d’artificio e stanza senza finestre.

Berlino, San Francisco e l’innamoramento che si traveste da destino

La miccia è uno di quegli uomini che, sulla carta, dovrebbero farci scattare l’allarme prima ancora del primo bacio: poeta beatnik, ex alcolizzato, affascinante, ma anche patologicamente egocentrico e possessivo. E invece l’innamoramento arriva come arrivano certe cose che ci rovinano la vita: con una leggerezza quasi comica, con l’energia dell’assurdo che però sembra significare “finalmente”. La protagonista ci crede, si butta, e decide di trasferirsi d’impulso da Berlino a San Francisco. Il bello è che Kissina non ci racconta questa scelta come una follia incomprensibile: ce la fa sentire addosso, perché conosciamo tutti quel punto in cui l’adrenalina prende il posto del pensiero e lo chiamiamo coraggio.

Il nostro use-case: quando serve un romanzo che ci spieghi la tossicità senza lezioncine

Noi lo immaginiamo così: siamo in un periodo in cui il tema “relazioni” ci gira intorno come un pop-up fastidioso. Magari stiamo uscendo da una storia complicata, o magari stiamo solo guardando da fuori quella di qualcun altro e ci chiediamo come si faccia a restare impigliati così a lungo. Bubuš è perfetto quando vogliamo capire senza sentirci spiegare. Ridiamo, perché l’umorismo è davvero spumeggiante e dissacrante, ma intanto ci accorgiamo che stiamo prendendo appunti mentali: come si infilano le bugie nella quotidianità, come il controllo si maschera da “ti amo troppo”, come l’egocentrismo diventa un intero sistema solare e noi finiamo a orbitare, grati persino per un raggio di attenzione.

Spiegazione “tecnica” senza tecnicismi: perché questa storia funziona come una tragicommedia

Il motore del romanzo, più che la trama in sé, è la costruzione della voce e del ritmo. Kissina lavora per contrasti: l’assurdo e il doloroso si tengono per mano, e proprio questa oscillazione continua ci impedisce di metterci comodi. Quando una scena sembra quasi farsesca, subito dopo arriva una frase o un dettaglio che ci ricorda che stiamo parlando di una prigionia emotiva vera, fatta di possessività, proiezioni e paranoie. In più, c’è la materia del Novecento che non resta sullo sfondo come una scenografia: si infiltra nella storia attraverso fantasmi familiari, memorie traumatiche, e quel senso di eredità psicologica che passa da una generazione all’altra anche quando nessuno ne parla. Il risultato è un romanzo che si legge veloce, ma non scivola: resta.

Primo motivo per cui ci serve: l’umorismo non è una scusa, è un bisturi

Qui non ridiamo per alleggerire, ridiamo perché l’autrice usa la comicità come uno strumento di precisione. Ci fa vedere l’assurdità delle dinamiche tossiche senza renderle innocue, anzi: più la situazione è grottesca, più diventa chiaro quanto sia pericolosa. È un tipo di ironia che non consola, illumina. E noi, a fine capitolo, ci ritroviamo a pensare: “Ok, questa cosa la riconosco.”

Secondo motivo: la protagonista non è un’eroina, è una persona che sbaglia in modo credibile

Una delle scelte più interessanti è che la protagonista non viene “salvata” dalla narrazione. Non è dipinta come la vittima perfetta, né come la ribelle invincibile. Prende decisioni impulsive, si racconta storie per reggere il peso delle proprie scelte, arriva perfino a lasciare indietro pezzi enormi della sua vita pur di inseguire l’idea dell’amore. Ed è proprio questa scomodità che ci fa restare: perché ci toglie l’alibi del “io non lo farei mai”, e ci porta nel territorio più vero, quello del “capisco come ci si arriva”.

Terzo motivo: l’America sognata contro l’America reale, senza cartoline

San Francisco non è la promessa di libertà, è un test di realtà. L’arrivo non ha la luce del mito, ha la frizione del quotidiano: aspettative che si sbriciolano, straniamenti culturali, e la sensazione che cambiare città non cambi automaticamente la vita, soprattutto quando ci portiamo dietro la stessa dinamica che ci sta consumando. Kissina ci fa sentire il cortocircuito: l’Europa lasciata alle spalle non sparisce, l’America non è un reset, e quello che doveva essere “nuovo” diventa solo un’altra stanza del labirinto.

Quarto motivo: i fantasmi familiari non sono decorazione, sono benzina narrativa

Dentro Bubuš c’è anche una dimensione più cupa e stratificata: il fantasma di una suocera gelosa scampata alla Shoah, gli orrori del XX secolo che continuano a bussare nel presente, e l’idea che certe ferite storiche non restino chiuse nei libri di scuola ma si trasformino in comportamenti, ossessioni, silenzi. Questa parte è potentissima perché non viene trattata con tono monumentale: entra di traverso, come accade nella vita, e rende la storia più grande senza renderla meno intima.

Quinto motivo: è un romanzo “brillantemente dissoluto” che non si vergogna di essere tragico

La parola chiave, per noi, è proprio questa combinazione: brillante e tragico, dissoluto e lucidissimo. Bubuš non ha paura di mostrare l’eccesso, il desiderio, la dipendenza emotiva, la teatralità di certe relazioni che sembrano performance continue. Ma allo stesso tempo non ci lascia l’adrenalina come unico gusto in bocca: ci porta fino alle conseguenze, fino a quel punto in cui l’irrefrenabile smette di sembrare sexy e inizia a somigliare a una resa.

A chi lo consigliamo: a chi vuole una storia d’amore che non fa sconti, ma sa anche farci ridere

Noi lo consigliamo a chi è stanco dei romanzi che trattano le relazioni tossiche come un tema “di tendenza” e basta, e a chi invece vuole entrarci dentro con intelligenza e con una lingua viva. È un libro perfetto per chi ama le storie che si muovono tra presente e memoria, tra commedia e abisso, e per chi apprezza quando un’autrice non ci prende per mano per farci arrivare alla morale, ma ci mette davanti allo specchio e ci dice: guarda bene, perché questa cosa succede davvero. E se lo leggiamo in un periodo in cui ci sentiamo un po’ vulnerabili, funziona ancora meglio: non perché ci coccola, ma perché ci rende più svegli.


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