Cara televisione di Aldo Grasso: il libro che ci rimette davanti allo schermo, ma con occhi diversi
#Gifted Questo prodotto ci è stato inviato da Raffaello Cortina Editore per una recensione imparziale.
C’è un momento, quasi sempre serale, in cui finiamo sul divano con il telecomando in mano e quella strana sensazione di conoscere perfettamente la televisione, pur continuando a farci sorprendere. Basta una sigla, una faccia familiare, un talk che promette scintille o un frammento di trash che ci fa alzare gli occhi al cielo per ricordarci che il piccolo schermo, anche quando lo diamo per archiviato, è ancora lì a parlare di noi. È proprio da questa relazione contraddittoria, affettiva, ironica e a tratti spietata che parte Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti di Aldo Grasso, in uscita per Raffaello Cortina Editore. E la prima cosa che ci ha colpito è che non prova a fare il profeta, né il moralista: preferisce restare in quella zona più interessante in cui la televisione diventa una lente per leggere il Paese, i suoi tic, le sue passioni e le sue continue messe in scena.
Un libro che parla della televisione, ma soprattutto di noi

Aldo Grasso si definisce da tempo uno “spettatore di professione”, e questa formula, già da sola, racconta moltissimo del taglio del libro. Cara televisione non nasce per celebrare la TV né per processarla, ma per attraversarla con uno sguardo curioso, coltissimo e insieme molto concreto. Nelle pagine del volume si avverte una lunga familiarità con il mezzo televisivo, ma anche la volontà di non trattarlo come un monumento da venerare o una reliquia da rottamare. La televisione italiana di ieri e di oggi entra in scena come uno specchio ostinato, capace di riflettere virtù e vizi, slanci popolari e scivolate clamorose, momenti di intelligenza collettiva e cortocircuiti che sembrano scritti apposta per raccontare il nostro carattere nazionale.
La forza del libro sta proprio qui: ci fa capire che parlare di TV non significa confinarsi in un discorso da addetti ai lavori. Significa entrare nelle abitudini, nelle ossessioni, nei linguaggi e perfino nelle fragilità di un intero Paese. Grasso non osserva la televisione da lontano, come farebbe chi si sente superiore all’oggetto che studia. Al contrario, ci entra dentro con una partecipazione viva, dichiarando apertamente il suo amore per il popolare, purché non scivoli nella demagogia. È una posizione che oggi suona quasi controcorrente, ed è anche uno dei motivi per cui questo titolo arriva nel momento giusto.
La voce di Aldo Grasso fa la differenza
Quando un autore conosce così a fondo il proprio argomento, il rischio è sempre quello di alzare un muro tra sé e il lettore. Qui succede il contrario. Grasso, storico della televisione, editorialista del Corriere della Sera e docente universitario, usa la sua autorevolezza non per irrigidire il discorso, ma per renderlo più leggibile, più vivo, più vicino. Si sente che questo libro nasce da anni di osservazione e di esercizio critico, ma non diventa mai una lezione in cattedra. Ha invece il ritmo di una conversazione molto ben allenata, in cui ogni riflessione sembra partire da una domanda semplice: perché continuiamo a guardare la televisione anche quando diciamo che non conta più come una volta?
Ed è qui che il suo punto di vista funziona davvero. Grasso conosce il prestigio e la miseria del mezzo, il programma di qualità e il trash più feroce, il colpo di genio e la goffaggine più plateale. Invece di selezionare solo ciò che “merita”, mette tutto in relazione. Ci ricorda che la critica televisiva, se vuole essere onesta, non può fermarsi ai prodotti nobili e ignorare il resto. Deve stare anche dove il gusto si sporca, dove il linguaggio deraglia, dove il pubblico reagisce di pancia. Per questo Cara televisione promette di essere molto più di un saggio: è una presa di posizione sul modo in cui guardiamo e giudichiamo la cultura popolare.
Perché questo libro arriva nel momento perfetto

Viviamo una stagione in cui parliamo continuamente di piattaforme, algoritmi, binge watching e contenuti on demand, come se la televisione fosse ormai un reperto da consultare solo per nostalgia. Eppure basta una serata qualunque per accorgerci che il linguaggio televisivo è dappertutto. Ha contaminato lo streaming, i social, i podcast video, perfino il modo in cui costruiamo il dibattito pubblico. Leggere oggi un libro che torna a interrogare la televisione italiana significa allora fare un passo utile: smettere di considerarla un vecchio oggetto e riconoscerla per quello che è ancora, cioè una macchina potentissima di racconto, consenso, spettacolo e memoria.
Con l’arrivo della primavera del 2026, stagione che di solito riapre l’agenda culturale e ci spinge a cercare letture capaci di rimettere ordine nelle idee, Cara televisione ha il profilo perfetto del libro da tenere sul comodino per qualche sera. Non è il classico volume da consumare in modo frettoloso. Chiede attenzione, ma la ripaga con una sensazione rara: quella di uscire dalla lettura con più strumenti per interpretare non solo ciò che vediamo in TV, ma anche il modo in cui il Paese continua a mettersi in scena.
La lettura scorre come un racconto critico, non come un manuale

Uno dei meriti più evidenti del volume è il modo in cui la materia critica viene resa accessibile. Quando parliamo di televisione italiana, infatti, il rischio è duplice: da una parte c’è il tono paludato di chi vuole “spiegare” un mezzo popolare dall’alto, dall’altra c’è la scorciatoia della nostalgia facile, che riduce tutto a un catalogo di facce e tormentoni. Grasso evita entrambi i sentieri. Il suo approccio, almeno da ciò che emerge dalla presentazione del libro, sembra costruito sulla capacità di tenere insieme memoria personale, osservazione storica e sensibilità per il presente.
Questo significa che anche chi non ha una formazione specifica in media studies o sociologia può entrare nella lettura senza sentirsi escluso. Il libro sembra funzionare come una lunga riflessione che non smette mai di restare concreta. Si parte dalla figura del critico televisivo, quasi un apolide che non appartiene davvero né al mondo degli intellettuali puri né a quello degli addetti ai lavori televisivi, e da lì si allarga lo sguardo fino a toccare il rapporto profondo tra mezzo e società. È un movimento narrativo intelligente, perché trasforma un tema che potrebbe apparire di nicchia in qualcosa di immediatamente riconoscibile.
Una scena possibile: leggerlo dopo una serata di zapping senza gloria

Immaginiamoci una situazione molto semplice. Torniamo a casa, accendiamo la TV quasi per inerzia, passiamo da un talk acceso a un quiz, da un programma d’inchiesta a un contenitore che ci sembra rumoroso e caotico. Dopo venti minuti ci diciamo che la televisione è finita, che non c’è più niente da salvare, che tanto ormai conta solo quello che passa online. Poi però prendiamo in mano Cara televisione e cominciamo a leggere. A quel punto quella stessa serata cambia significato. Quello che ci sembrava soltanto un insieme di programmi slegati comincia a prendere forma come sintomo, linguaggio, rappresentazione di qualcosa di più ampio.
È in questa dimensione che il libro sembra offrire il suo contributo più interessante. Non si limita a darci un’opinione sui contenuti, ma ci allena a osservare meglio. Ci spinge a domandarci perché certi format resistano, perché certi eccessi vengano premiati, perché il trash continui ad avere una funzione quasi rituale e perché la televisione resti uno spazio così efficace per raccontare il desiderio di essere visti, riconosciuti, approvati. In altre parole, ci restituisce la complessità di un mezzo che troppo spesso archiviamo con superficialità.
I motivi per cui ci sembra una lettura da tenere d’occhio
Il primo motivo è che Aldo Grasso non finge neutralità e proprio per questo convince. C’è una partecipazione vera, un coinvolgimento che rende la critica più interessante, perché non si nasconde dietro formule asettiche. Il secondo è che il libro sembra riuscire a tenere insieme alto e basso senza imbarazzo, riconoscendo che la cultura popolare va capita tutta, non solo nelle sue versioni più presentabili. Il terzo riguarda il taglio storico e sociale: la televisione non viene trattata come un archivio di programmi, ma come una specie di autobiografia collettiva del Paese.
Il quarto motivo è la sua accessibilità. Anche quando tocca nodi teorici o culturali più profondi, il discorso promette di restare leggibile, vivo, mai chiuso in un gergo per specialisti. Il quinto, forse il più importante, è che Cara televisione arriva in un tempo in cui abbiamo ancora bisogno di qualcuno che ci aiuti a distinguere tra il semplice consumo di immagini e la comprensione di ciò che quelle immagini fanno alla nostra percezione del reale. Non è poco, soprattutto adesso che siamo immersi in flussi continui di contenuti e rischiamo di guardare tutto senza davvero vedere nulla.
Un saggio che può interessare anche chi pensa di non amare la TV
La cosa più intrigante di questo libro è che potrebbe conquistare anche chi parte con un pregiudizio. Chi dice di non guardare la televisione, spesso in realtà ne subisce comunque l’eredità nei linguaggi, nei format, nei meccanismi narrativi che ritrova altrove. E allora un volume come questo smette di essere “per appassionati di TV” e diventa una lettura trasversale, capace di parlare a chi si interessa di cultura, costume, giornalismo, sociologia e trasformazioni del discorso pubblico.
Noi lo vediamo bene nelle conversazioni quotidiane: basta nominare un programma, un conduttore, un momento televisivo diventato virale, e subito emergono opinioni fortissime. Questo succede perché la televisione, anche quando cambia pelle, continua a toccare nervi scoperti. Cara televisione sembra inserirsi esattamente lì, in quel punto in cui il commento superficiale non basta più e nasce il desiderio di capire meglio.
Vale la pena leggerlo?
Sì, soprattutto se cerchiamo una lettura capace di unire intelligenza critica e piacere del racconto. Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti ha tutto per diventare uno di quei libri che non servono soltanto a sapere di più, ma anche a guardare meglio ciò che già abbiamo davanti. Non promette facili assoluzioni né condanne definitive. Fa una cosa più utile: prende sul serio la televisione senza renderla sacra, e prende sul serio noi spettatori senza trattarci da ingenui.
In un periodo in cui ci piace dichiarare morto tutto con grande velocità, un libro così ci costringe a rallentare e a osservare le tracce che la TV continua a lasciare nelle nostre giornate, nel linguaggio comune, nelle reazioni collettive, nei gusti e nei giudizi. Ed è proprio per questo che ci sembra un titolo da seguire con attenzione: perché sotto la superficie della televisione, Grasso continua a cercare qualcosa di più profondo. E quel qualcosa, molto spesso, siamo noi.
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