City Hunter su PS5, la recensione di un reperto anime riportato in vita con più affetto che modernizzazione

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City Hunter su PS5, la recensione di un reperto anime riportato in vita con più affetto che modernizzazione

Ci sono recuperi rétro che arrivano sul mercato con l’aria di chi vuole riscrivere il

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Ci sono recuperi rétro che arrivano sul mercato con l’aria di chi vuole riscrivere il proprio passato, e poi ci sono quelli che sembrano muoversi con una missione più semplice e più onesta: rimettere in circolo un oggetto dimenticato, ripulirlo quanto basta, dargli una seconda possibilità e lasciare che sia il pubblico a decidere se il tempo gli abbia fatto bene oppure no. City Hunter su PS5 appartiene chiaramente alla seconda categoria. Non è il grande ritorno in forma di reboot, non è una reinterpretazione moderna del manga di Tsukasa Hojo, e non è nemmeno quel tipo di remake ambizioso che prova a trasformare un vecchio tie-in in un action contemporaneo. È, molto più precisamente, la riedizione del gioco Sunsoft del 1990 per PC Engine, riportato oggi su console moderne da Red Art Games, con SUNSOFT accreditata come sviluppatore originale e Clouded Leopard Entertainment come publisher della release digitale su PlayStation.

Questo dettaglio è tutto. Perché City Hunter nel 2026 non va letto come un videogioco che compete con i moderni action bidimensionali, ma come il ritorno di un pezzo di archeologia pop. La sua uscita su PS5 il 25 febbraio 2026 ha acceso un tipo di curiosità molto specifica: quella dei fan storici dell’anime e di chi ama i recuperi impossibili, i reperti del catalogo giapponese che per decenni sono rimasti confinati a un hardware di nicchia e a un pubblico locale. E infatti il valore principale del progetto sta già nella sua esistenza. Per molti giocatori occidentali, questo è semplicemente il primo vero contatto con l’unico videogioco console ufficiale di Ryo Saeba.

Il problema, o meglio la domanda critica inevitabile, è un altro: basta il valore storico a rendere consigliabile un gioco nel presente? Qui la risposta è meno comoda. Perché se da un lato questa nuova edizione ha il merito di conservare, localizzare e aggiungere qualche piccolo intervento utile, dall’altro non può cambiare la natura profonda dell’opera da cui parte. E City Hunter, sotto tutta la patina affettuosa del recupero, resta ancora molto un gioco del 1990, nel bene ma soprattutto nel male.

Ryo Saeba, Kaori e un’avventura che funziona più come memorabilia anime che come vera narrativa videoludica

La premessa è esattamente quella che i fan del franchise vogliono ritrovare. Ryo Saeba, cleaner di Shinjuku, investigatore, pistolero, cacciaguai, donnaiolo irriducibile e insieme figura quasi mitologica dell’action anime anni Ottanta, si ritrova invischiato in una serie di incarichi che oscillano fra recuperi, salvataggi, infiltrazioni e scontri con organizzazioni criminali o figure aziendali corrotte. Accanto a lui c’è Kaori, presenza centrale per tono, dinamica e identità della serie, mentre il resto del cast serve soprattutto a dare un minimo di contesto ai casi affrontati.

Qui però è giusto essere molto chiari. City Hunter non è un gioco che vive di scrittura articolata o di sviluppo dei personaggi in senso moderno. La storia viene raccontata con introduzioni testuali, brevi scambi e una struttura episodica che richiama la serialità dell’opera originale più che una costruzione drammatica videoludica vera e propria. In pratica, funziona meglio se lo si guarda come una piccola estensione giocabile dell’universo anime e manga, non come una campagna narrativa autonoma particolarmente robusta.

Questa impostazione, in fondo, è coerente con la sua origine. Il gioco nacque in un’epoca in cui il tie-in su licenza doveva soprattutto restituire l’identità del personaggio e l’energia dell’immaginario, molto più che costruire una sceneggiatura densa. E in questo senso qualcosa ancora passa. Il tono da detective urbano, la miscela di criminalità, ironia maschile anni Ottanta e gusto da episodio televisivo si sente. Il problema è che per chi non ha alcun legame affettivo con City Hunter, questo materiale rischia di apparire esile, più illustrativo che davvero coinvolgente.

Il cuore del gioco è un action a scorrimento con pistole, porte, backtracking e tanta ripetizione

City Hunter library hero

Se ci si ferma alla superficie, City Hunter sembra un classico action rétro a metà tra run and gun, platform leggero e avventura lineare. In realtà il suo ritmo è più strano. Non è un puro sparatutto orizzontale, non è un metroidvania, non è nemmeno un action arcade da partita secca e perfetta. È piuttosto un gioco fatto di corridoi, porte, stanze, deviazioni, nemici ricorrenti e una progressione che punta molto sul disorientamento controllato, quasi da piccolo labirinto urbano.

Ryo si muove attraverso livelli che, sulla carta, rappresentano diversi casi o scenari, ma che nella pratica condividono parecchie logiche strutturali. Si entra in una zona, si cercano le uscite giuste, si recuperano oggetti, si incontra un personaggio, si sblocca un avanzamento e si continua a sparare a una quantità generosa di nemici. L’impianto ha un suo fascino d’epoca, soprattutto per chi ama quel tipo di design che non prende il giocatore per mano e lo costringe a orientarsi quasi per istinto. Però è anche il punto in cui il gioco invecchia in modo più evidente.

Diverse recensioni uscite su PS5 convergono infatti su una frattura piuttosto netta. Chi entra in sintonia con il titolo apprezza proprio questa natura maze-like, il fatto che ogni livello sembri un piccolo caso da ripulire esplorando con pazienza e curiosità. Chi invece guarda City Hunter con occhio più severo vede soprattutto ciò che manca: una mappa, una varietà strutturale più marcata, una progressione meno ripetitiva e un uso più intelligente del backtracking. Entrambe le letture hanno una loro verità, e probabilmente tutto dipende da quanto si è disposti a perdonare al DNA del 1990.

Sparatorie, armi secondarie e una modernizzazione minima ma sensata

Dal punto di vista del feeling, City Hunter è molto più semplice di quanto il nome altisonante possa suggerire. Si corre, si spara, ci si abbassa, si gestisce la distanza dai nemici e si sfruttano alcune armi secondarie che ogni tanto spezzano il dominio della pistola base. In questo la nuova edizione fa un lavoro piccolo ma concreto. Tra le aggiunte più apprezzate c’è la possibilità di girarsi più agevolmente in certe situazioni e una maggiore coerenza nel comportamento dei proiettili, elementi che non rivoluzionano il gioco ma lo rendono almeno meno scorbutico di quanto fosse lecito temere.

Questa è forse la chiave più corretta per leggere il restauro. Red Art Games non ha rifatto City Hunter da zero. Ha limato alcuni spigoli, ha introdotto una modalità Enhanced, ha aggiunto funzione rewind, filtri visivi, materiali bonus e una confezione più accogliente per il pubblico moderno. È un’operazione di miglioramento conservativo, non di reinvenzione. E finché la si giudica su questo piano, il risultato è sensato.

Il nodo, però, è che la base resta quella che è. Gli scontri non hanno una grande profondità, il ritmo tende a reiterare situazioni simili, e il level design spesso non aiuta a trasformare la semplicità del sistema in qualcosa di davvero teso o esaltante. Ci sono momenti in cui City Hunter trova un suo piccolo groove da action rétro secco e soddisfacente, soprattutto quando recuperi un’arma più potente e ti fai largo in modo più deciso. Ma sono lampi, non la regola.

Il vero spartiacque è tutto nel rapporto con la sua età

Parlare di City Hunter senza parlare del tempo sarebbe quasi disonesto. Questo è uno di quei casi in cui il valore del gioco dipende meno da ciò che fa in astratto e molto di più dal modo in cui ciascun giocatore si relaziona con il passato. Se ami il videogioco giapponese minore, se hai un debole per i tie-in dimenticati, se ti interessa l’idea di recuperare l’unica incarnazione console ufficiale di Ryo Saeba e se hai la pazienza necessaria per accettarne la ripetitività, allora City Hunter può diventare un piccolo oggetto di culto personale. Non perché sia segretamente geniale, ma perché ha un’identità precisa e una cornice culturale forte.

Se invece arrivi qui sperando di trovare un action rétro capace di reggere il confronto con le migliori riproposizioni moderne del genere, la delusione è molto probabile. Il gioco mostra continuamente la sua origine: layout poco ispirati, corridoi che tendono a somigliarsi, esplorazione che a volte sembra più confusione che mistero, nemici che respawnano in quantità tale da trasformare la pressione in routine. È il tipo di esperienza che un appassionato di archeologia videoludica può interpretare come testimonianza storica, mentre un giocatore più distaccato finirà facilmente per leggere come noia strutturale.

Ed è proprio qui che si spiega la spaccatura critica che ha accompagnato il lancio. Alcune recensioni hanno accolto il gioco con indulgenza e perfino entusiasmo, sottolineando il fascino del recupero, la buona resa del pacchetto extra, la nostalgia anime e il piacere di rigiocare un pezzo di passato in una forma finalmente accessibile. Altre sono state molto più severe, insistendo sul fatto che la riedizione migliori solo superficialmente un titolo che già all’epoca non brillava davvero per level design o inventiva. Guardando il quadro generale, la seconda posizione sembra più solida sul piano puramente videoludico, mentre la prima ha senso soprattutto se filtrata dall’affetto verso il franchise.

Estetica e audio: qui il gioco difende ancora il proprio posto, soprattutto per chi ama gli anni Ottanta giapponesi

Sul piano visivo, City Hunter è esattamente ciò che promette: una finestra su un action giapponese di inizio anni Novanta, con sprite, scenari urbani, interni aziendali, navi, criminali armati e quell’aria da poliziesco anime che oggi ha un fascino quasi museale. Non è un gioco spettacolare nemmeno se lo si giudica nel contesto storico, e su questo alcune letture recenti sono state molto nette. Ma come reperto estetico funziona. Anzi, in qualche modo il suo fascino sta proprio nella sua modestia visiva, nel fatto che non provi mai a sembrare più grande di quello che era.

La nuova edizione aggiunge filtri e opzioni che permettono di modulare un po’ la presentazione, e questo aiuta a trovare il proprio punto d’ingresso. C’è chi preferirà l’immagine più pulita, chi vorrà invece accentuare la patina CRT per rafforzare il sapore rétro. In entrambi i casi, il risultato è coerente con l’operazione.

L’audio è forse il reparto che regge meglio. Non tanto perché sia tecnicamente impressionante, ma perché trasporta con discreta efficacia quel misto di city pop, azione urbana e memoria anime che definisce City Hunter come immaginario prima ancora che come videogioco. Il fatto che questa edizione includa anche materiali musicali e riferimenti cari ai fan aggiunge un piccolo valore affettivo che pesa parecchio più del semplice elenco di extra. Chi ama davvero il franchise qui trova qualcosa che gli parla. Chi non lo ama sentirà comunque un accompagnamento sonoro gradevole, anche se non abbastanza forte da cambiare il giudizio sul gioco in sé.

Extra, accessibilità e valore dell’operazione su PS5

Uno dei meriti reali di questa edizione sta nell’aver reso accessibile un titolo che per moltissimi giocatori non era mai esistito davvero. Localizzazione multilingua, modalità differenti, funzione rewind, galleria di materiali, opzioni visive e una fruizione immediata su hardware contemporaneo fanno sì che City Hunter nel 2026 non sia solo un reperto da emulatore e nicchia specialistica. È un prodotto che si lascia avvicinare con più facilità, e su PS5 la fruizione è lineare, leggibile e priva di attriti particolari sul piano dell’uso.

Anche questo però va pesato nel modo giusto. L’accessibilità del pacchetto non coincide automaticamente con la qualità del gioco. Migliora l’ingresso, non trasforma il cuore dell’esperienza. È un po’ come restaurare con grande cura una pellicola minore: il gesto culturale ha valore, la visione può essere interessante, ma il film resta quello. City Hunter su PS5 vive esattamente in questa zona.

Per questo motivo, anche la rigiocabilità dipende quasi interamente da chi sei. Il fan dell’anime, il collezionista di tie-in storici, il curioso del catalogo Sunsoft o del recupero giapponese troveranno motivi per tornarci, per esplorare le modalità, per assorbire gli extra, per godersi il contesto. Chi invece cerca un action da rifare per puro piacere meccanico, probabilmente avrà esaurito la curiosità molto prima.

Il verdetto

City Hunter su PS5 è un’operazione che ha molto più senso come recupero storico e affettivo che come consiglio videoludico universale. Il suo pregio principale è evidente: restituisce visibilità e dignità moderna a un pezzo quasi invisibile della storia di un franchise amatissimo, lo localizza, lo arricchisce con qualche comfort contemporaneo e lo mette finalmente a disposizione di un pubblico molto più ampio. Per i fan di Ryo Saeba, per chi respira anime anni Ottanta e per chi ama i fossili interattivi ripescati dai cataloghi perduti, è già abbastanza per renderlo interessante.

Come gioco in senso stretto, però, i limiti pesano. Il design è ripetitivo, il ritmo spesso si impantana nei suoi stessi corridoi, la struttura labirintica non sempre genera scoperta e più di una volta produce soltanto smarrimento, mentre la modernizzazione resta intenzionalmente conservativa. Non è un brutto gesto editoriale, tutt’altro. È semplicemente il recupero onesto di un titolo che non era un capolavoro nascosto e non diventa tale oggi.

La valutazione più giusta, quindi, dipende quasi interamente dal lettore. Per il fan di City Hunter può essere un acquisto affettuoso, quasi obbligato, una piccola festa archeologica con il volto giusto sopra. Per tutti gli altri, resta un action rétro curioso ma molto datato, interessante più da contestualizzare che da consigliare a scatola chiusa. In termini puramente critici, siamo davanti a un gioco che si difende meglio come documento pop giocabile che come esperienza d’azione realmente incisiva nel 2026.

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