
Copertina generata per le notizie di cinema del 2026-10-04. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.
A Statement: Tom McCarthy trasforma il cambiamento climatico in racconto di corpi e silenzi
Il New York Film Festival ha ospitato la presentazione di A Statement , il nuovo film di Tom McCarthy, un lungometraggio che affida a un ensemble guidato…
A Statement: Tom McCarthy trasforma il cambiamento climatico in racconto di corpi e silenzi
Il New York Film Festival ha ospitato la presentazione di A Statement , il nuovo film di Tom McCarthy, un lungometraggio che affida a un ensemble guidato…
Il New York Film Festival ha ospitato la presentazione di A Statement, il nuovo film di Tom McCarthy, un lungometraggio che affida a un ensemble guidato da Paul Rudd, Paul Giamatti e Amy Ryan la traduzione del cambiamento climatico in esperienza corporea e relazionale. La recensione di Deadline, pubblicata il 4 ottobre 2026, lo definisce uno “splendid humanist look at climate change” e elogia la “superb ensemble” che popola la pellicola. Non è un documentario, non è un thriller apocalittico: è un tentativo di raccontare la crisi ecologica attraverso la grammatica del quotidiano, dei volti, delle pause tra le frasi.
La traiettoria di McCarthy e il peso dello sguardo umanista
Chi ha seguito la filmografia di McCarthy – da Spotlight a Still Alice, dal Post ai lavori intermedi – riconosce in A Statement un’evoluzione coerente: il regista si è sempre occupato di come le strutture di potere si infilano nella vita intima delle persone, di come un sistema si manifesti non come astrazione ma come peso specifico sulle spalle di chi lo subisce. Qui la struttura è il clima, il sistema è l’atmosfera stessa, e McCarthy sceglie di non spettacolarizzare la catastrofe ma di mostrarne la sedimentazione lenta nei gesti, nelle decisioni domestiche, nei silenzi tra due personaggi che si fronteggiano in una stanza. L’aggettivo “umanista” che accompagna la pellicola non è un complimento generico: indica una scelta di campo narrativa precisa, opposta alla retorica del dato e dell’immagine satellitare.
Un ensemble come struttura argomentativa
La presenza simultanea di Paul Rudd e Paul Giamatti – due attori che hanno costruito carriere su registri apparentemente opposti, il primo legato alla leggerezza comica, il secondo alla densità drammatica – suggerisce una scrittura corale in cui nessuno personaggio detiene la verità esclusiva. Amy Ryan completa un terzetto che, stando alla lettura di Deadline, funziona come un organismo unico: non tre monologhi paralleli, ma una dialettica in cui ogni battuta rimanda all’altra. In un cinema in cui il cambiamento climatico viene spesso trattato come premessa scenografica o come macchietta catastrofista, A Statement propone invece la crisi come condizione relazionale: cosa succede a una famiglia, a una coppia, a un gruppo di lavoro quando l’orizzonte si accorcia e le certezze materiali vacillano.
Lo smartphone come metafora di complicità
Al di fuori della proiezione, il contesto della presentazione ha offerto un dettaglio che illumina la sensibilità del film. In un’intervista a Variety del 3 ottobre, Paul Rudd ha raccontato di aver smesso di portare il telefono sul set di A Statement, riconoscendo una dipendenza che condivide con tutti e definendo i dispositivi come strumenti che “facilitano la nostra stessa distruzione”. La frase, pronunciata in un contesto professionale e non politico, rimbomba come un’eco del tema del film: la complicità silenziosa, l’abitudine che si sostituisce alla riflessione, il piccolo gesto ripetuto che, moltiplicato, diventa struttura. McCarthy non predica; mostra. E il fatto che uno dei suoi attori, a margine della premiere, senta il bisogno di confessare una dipendenza quotidiana, conferma che il terreno narrativo scelto dal regista tocca una fibra reale, non solo intellettuale.
Il festival come spazio per il cinema che non si vende da solo
La collocazione di A Statement al New York Film Festival non è casuale. In un autunno in cui la distribuzione dominante si concentra su franchise e piattaforme, un lungometraggio corale, senza effetti visivi di massa, costruito su dialoghi e su una riflessione etica, trova il suo spazio naturale nei festival che continuano a programmare il cinema come atto di pensiero. NYFF, con la sua storia di scoperte e di difese del cinema d’autore, offre a opere come questa la possibilità di essere viste, lette, discusse prima di ogni logica di mercato. Il fatto che la critica americana si accenda per un ensemble “splendid” e uno sguardo “umanista” – e non per un blockbuster climatico – dice qualcosa sulla fame di un cinema che si prenda il tempo di pensare.
A Statement non risolve il cambiamento climatico e non pretende di farlo. Fa qualcosa di più difficile: lo rende abitabile nel linguaggio, lo porta nel registro del dialogo tra due persone che si amano o si sfidano, gli dà un corpo e una voce. In un’epoca in cui la crisi ecologica rischia di diventare rumore di fondo – un dato che si scrolla via con un gesto del polso, esattamente come uno schermo che si abbassa – McCarthy e il suo cast propongono un’altra grammatica. Quella della presenza, della lentezza, del volto che non si nasconde dietro un dispositivo. È un film che chiede al pubblico di stare fermo per un’ora e mezza e di ascoltare.
