
Copertina generata per le notizie di cinema del 2026-09-25. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.
The Assassin(s) di Hur Jin-ho apre il Singapore Film Festival: Aamir Khan riceve lo Screen Icon Award
Il Singapore Film Festival 2026 ha scelto un’apertura dichiarativa: la proiezione di The Assassin(s) , ultimo lavoro del regista coreano Hur Jin-ho, apre…
The Assassin(s) di Hur Jin-ho apre il Singapore Film Festival: Aamir Khan riceve lo Screen Icon Award
Il Singapore Film Festival 2026 ha scelto un'apertura dichiarativa: la proiezione di The Assassin(s) , ultimo lavoro del regista coreano Hur Jin-ho, apre…
Il Singapore Film Festival 2026 ha scelto un’apertura dichiarativa: la proiezione di The Assassin(s), ultimo lavoro del regista coreano Hur Jin-ho, apre ufficialmente la manifestazione nella serata del 25 settembre. Nella stessa cornice, il festival conferisce a Aamir Khan lo Screen Icon Award, un riconoscimento che inquadra la carriera dell’attore come fenomeno transculturale del cinema contemporaneo. Due gesti programmatici che, letti insieme, disegnano una serata di apertura orientata a segnare il passaggio tra la stagione estiva dei grandi festival europei e la fase autunnale del circuito asiatico.
Un’apertura che posiziona la stagione
La scelta di affidare l’inaugurazione a un film di Hur Jin-ho non è un semplice atto di ospitalità culturale: nel circuito festivaliero di fine 2026, il Singapore Film Festival si colloca come snodo tra i mercati e le sale di distribuzione del Sud-est asiatico e le piattaforme internazionali. Aprire con un titolo coreano significa riconoscere la traiettoria che il cinema della penisola ha tracciato negli ultimi quindici anni, passando dall’eccezione d’autore a un linguaggio di riferimento per la regia d’azione e di suspense a livello globale. Il titolo The Assassin(s), con quel plurale in parentesi che introduce una ambiguità strutturale già nel nome, suggerisce un’operazione autoriale che gioca sulla moltiplicazione dei punti di vista e sull’instabilità del soggetto narrativo — elementi che la critica ha associato alla poetica di Hur Jin-ho fin dai suoi lavori precedenti.
La decisione di programmare il film in apertura, e non in una sezione laterale, comunica una gerarchia interna: il festival si presenta come luogo di presentazione e legittimazione, non solo di visione. In un’epoca in cui le piattaforme di streaming hanno compresso i tempi di accesso al pubblico, la proiezione in sala con il peso simbolico di una serata inaugurale resta un atto di cura critica, un modo per dire che questo film merita il rituale collettivo prima della sua circolazione diffusa.
Lo Screen Icon Award e il peso del riconoscimento
Conferire a Aamir Khan lo Screen Icon Award in apertura di festival è un gesto che trascende la logica del premio individuale. Khan incarna una figura rara nel panorama cinematografico globale: un attore la cui carriera si è costruita all’interno di un’industria nazionale — il cinema hindi — ma la cui risonanza ha attraversato i confini linguistici e culturali, raggiungendo pubblici in Medio Oriente, Europa, Nord America. Il riconoscimento si inserisce in una tradizione di premi che non premiano un singolo film, ma una traiettoria: il modo in cui un interprete ha plasmato il proprio linguaggio corporeo, le scelte di ruolo, il rapporto con la regia, fino a diventare un riferimento per generazioni di attori e cineasti.
In un contesto in cui il mercato del box office globale è sempre più dominato da franchise e IP seriali, un award dedicato a un attore che ha costruito la propria fama attraverso film narrativi, spesso di drammaturgia complessa, rappresenta un’affermazione di valore. Non è un premio di popolarità: è un riconoscimento di densità artistica, di capacità di abitare personaggi con una fisicità e una presenza scenica che resistono al tempo.
La geografia del cinema d’autore nel circuito festivaliero
La serata inaugurale del Singapore Film Festival 2026 si inserisce in un calendario autunnale che, dopo le rassegne di Venezia, Toronto e Locarno, sposta il baricentro verso i mercati asiatici. Il festival non è un’appendice dell’eurocentrismo festivaliero, ma un nodo autonomo dove la programmazione riflette le dinamiche produttive del continente: cinema coreano, hindi, cinese, thailandiano, indonesiano convivono in una griglia che non riproduce la gerarchia Cannes-Berlino-Rotterdam, ma costruisce un proprio canone di eccellenza.
La presenza simultanea di Hur Jin-ho e Aamir Khan in una stessa serata di apertura racconta qualcosa sulla morfologia del cinema d’autore contemporaneo: non più un fenomeno europeo o nordamericano con occasionali incursioni asiatiche, ma un ecosistema policentrico in cui Seoul, Mumbai, Singapore e Tokyo gravitano attorno a una stessa orbita linguistica. Il festival diventa il luogo dove questa gravità si fa visibile, dove la proiezione in sala e il riconoscimento pubblico restano i rituali fondamentali di una cultura che, nonostante la compressione digitale, continua a richiedere lo spazio fisico della visione collettiva.
La stagione 2026 si gioca in parte su questo asse: non più la domanda «qual è il film dell’anno», ma «quale circuito lo ha legittimato, in quale sala, con quale gesto critico». Il Singapore Film Festival, aprendo con The Assassin(s) e onorando Khan, risponde a quella domanda con un’operazione che è insieme presentazione, riconoscimento e dichiarazione di appartenenza a un linguaggio cinematografico che non ha bisogno di traduzioni per essere letto.
