News del giorno - Categoria cultura (2026-09-28); immagine generata con intelligenza artificiale

Copertina generata per le notizie di cultura del 2026-09-28. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.

Il Vietnam punta al 7% del PIL con le industrie culturali: cinema, moda e proprietà intellettuale come leva di crescita

Entro il 2030, il piano prevede lo sviluppo di cinque o dieci marchi nazionali capaci di proiettarsi oltre i confini del mercato domestico.

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Il Vietnam punta al 7% del PIL con le industrie culturali: cinema, moda e proprietà intellettuale come leva di crescita

Entro il 2030, il piano prevede lo sviluppo di cinque o dieci marchi nazionali capaci di proiettarsi oltre i confini del mercato domestico.

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Il Vietnam ha fissato un obiettivo numerico preciso per il proprio settore creativo: le industrie culturali devono contribuire per il 7% al prodotto interno lordo nazionale. Non si tratta di una dichiarazione d’intenti generica, ma di una traiettoria misurabile che implica la costruzione di infrastrutture di valore, la generazione di occupazione qualificata e, soprattutto, la creazione di proprietà intellettuale proprietaria. Entro il 2030, il piano prevede lo sviluppo di cinque o dieci marchi nazionali capaci di proiettarsi oltre i confini del mercato domestico.

La scelta dei settori prioritari disegna una mappa che va ben oltre l’idea riduttiva di «cultura come eredità da preservare». Cinema, arti performative, turismo culturale, design e moda sono stati individuati come le leve principali su cui concentrare gli investimenti e la strategia di internazionalizzazione. In ciascuno di questi ambiti, il Vietnam dispone di un patrimonio estetico e narrativo riconosciuto a livello internazionale, ma la sfida dichiarata è trasformare quel patrimonio in catene di valore sostenibili, capaci di generare ricavi ricorrenti e posizioni di mercato difendibili.

Dalla risorsa alla proprietà intellettuale

Il passaggio strategico più significativo contenuto nella linea d’azione riguarda il cambio di paradigma produttivo. Fino a oggi, gran parte dell’economia culturale vietnamita ha gravitato attorno all’utilizzo di asset esistenti — paesaggi, tradizioni artigianali, repertori musicali, iconografia visiva — in modalità prevalentemente estrattive o di servizio. La nuova traiettoria punta invece alla costruzione di proprietà intellettuale autonoma: marchi, formati, linguaggi visivi e narrative che possano essere licenziati, adattati e distribuiti su scala globale senza dipendere da un singolo territorio o da una singola tradizione.

Questa transizione non è solo economica. Sul piano culturale, implica una riflessione su chi detiene l’autorialità di un’immagine, di una storia, di un’estetica. Costruire un marchio nazionale nel cinema o nella moda significa assumere decisioni narrative e stilistiche che definiscono come una cultura si rappresenta a sé stessa e al mondo. È una questione di agency creativa che va oltre la produzione e tocca la governance del significato.

Competitività internazionale e nuove fonti di reddito

Il contesto che accompagna questa strategia è quello di un’industria culturale che, pur godendo di una visibilità crescente — pensiamo alla penetrazione del cinema vietnamita nei festival asiatici o al rinnovato interesse per il design e la moda del Sudest asiatico — affronta ancora una dipendenza significativa da flussi turistici e da mercati locali. L’aumento della competitività internazionale passa, secondo la linea tracciata, attraverso due vettori: la creazione di nuove fonti di reddito diversificate e la costruzione di un portafoglio intellettuale che consenta di partecipare a scambi commerciali globali su basi paritarie.

I cinque o dieci marchi nazionali previsti entro il 2030 rappresentano un indicatore concreto di questa ambizione. Non si tratta di nominare dieci studi di produzione o dieci case di moda, ma di costruire ecosistemi in cui un singolo marchio possa aggregare competenze trasversali — sceneggiatura, direzione artistica, produzione, distribuzione, merchandising, esperienze live — e generare valore in più punti della catena. È la logica che ha reso possibili, in altri contesti, il passaggio da una tradizione artigianale a un’industria culturale esportabile.

Perché questo obiettivo conta oltre i confini vietnamiti

La traiettoria del Vietnam si inserisce in un movimento più ampio di ridefinizione del ruolo delle industrie creative nelle economie nazionali. In un momento in cui le catene del valore globale si stanno riorganizzando attorno a competenze locali e identità distintive, la capacità di trasformare un patrimonio culturale in infrastruttura economica diventa un fattore di posizionamento strategico. Il 7% del PIL non è soltanto una quota statistica: è la misura di quanto una società sia riuscita a convertire la propria immaginazione collettiva in capacità produttiva autonoma.

Per il sistema culturale internazionale, l’emergere di nuovi poli di produzione e narrazione con ambizione di scala globale ridisegna le dinamiche di influenza estetica e narrativa. Non si tratta di un’alternativa al sistema esistente, ma di un ampliamento del campo in cui cinema, moda, design e arti performative possono generare significato e valore al di fuori dei circuiti tradizionali. Il Vietnam, con questa scelta, si posiziona come attore proattivo in quella trasformazione: non più solo soggetto della rappresentazione altrui, ma autore delle proprie narrative e proprietario dei propri linguaggi.


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