
Copertina generata per le notizie di fumetti del 2026-09-23. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.
«If you’re building in sand, you may as well build castelli»: Sharon Rudahl e l’architettura del Wimmen’s Comix
L’intervista, il cui titolo riprende una frase della stessa Rudahl — «if you’re building in sand, you may as well build castles» — non si limita a un…
«If you’re building in sand, you may as well build castelli»: Sharon Rudahl e l’architettura del Wimmen’s Comix
L'intervista, il cui titolo riprende una frase della stessa Rudahl — «if you're building in sand, you may as well build castles» — non si limita a un…
Il 21 settembre 2026 The Comics Journal ha pubblicato, nella sezione Features firmata da Alex Dueben, un’ampia conversazione con Sharon Rudahl, figura di primo piano dell’underground comix di San Francisco e una delle cosiddette «founding mommies» del Wimmen’s Comix Collective. L’intervista, il cui titolo riprende una frase della stessa Rudahl — «if you’re building in sand, you may as well build castles» — non si limita a un ritratto biografico: apre una finestra sulla grammatica visiva e editoriale di un movimento che ha ridefinito i confini del fumetto al di fuori delle logiche industriali.
Una voce fondatrice in un paesaggio editoriale periferico
Rudahl viene descritta nella conversazione come membro dell’underground sanfranciscopino e come una delle figure materne — l’espressione «founding mommies» è ripresa direttamente dal testo — che hanno dato vita al Wimmen’s Comix Collective. Non si tratta di un’etichetta onorifica: il termine indica chi ha materialmente costruito, in un contesto in cui le case editrici mainstream non prevedevano spazio per voci femminili autonome, le strutture editoriali, i flussi di produzione e le reti di distribuzione che hanno permesso a un intero genere di esistenza. Il collettivo nasce proprio da questa necessità: creare un contenitore in cui il racconto visivo femminile potesse circolare senza passare attraverso la mediazione di redazioni maschili.
La traiettoria editoriale di Rudahl, tracciata nell’intervista, attraversa pubblicazioni che oggi appaiono marginali ma che nel loro contesto erano nodi attivi di una rete culturale densa: Anarchy Comics, Bizarre Sex, Comix Book, Corporate Crime Comics, Dope Comix e Rip Off Comics. Ognuna di queste testate corrisponde a un diverso registro tonale — dall’ironia anarchica alla satira corporativa, dall’estetica del bizzarro al racconto di vita vissuta — e insieme disegnano un panorama in cui la comix non era un genere unitario, ma un campo di sperimentazione plurale. Rudahl vi si muove come autrice e come operatrice editoriale, una duplice posizione che le consente di parlare del medium non solo dall’interno del disegno ma anche dalle dinamiche di mercato, di stampa e di comunità che lo sostengono.
Costruire castelli sulla sabbia: la filosofia pratica dell’underground
La frase che dà titolo alla conversazione — «if you’re building in sand, you may as well build castles» — funziona come una dichiarazione di principio operativa. In un ecosistema editoriale in cui le risorse erano scarse, la distribuzione informale e la legittimazione istituzionale praticamente assente, la logica dell’underground imponeva di accettare la precarietà strutturale senza rinunciare all’ambizione formale. Non si trattava di produrre per sopravvivere, né di abbassare la soglia espressiva per allargare il pubblico: si trattava di costruire, dentro la provvisorietà, architetture narrative e visive che non dovessero nulla alle convenzioni del mercato. Questa tensione tra contingenza materiale e pretesa artistica è il filo conduttore che attraversa l’intera storia della comix underground e che Rudahl, con la sua esperienza diretta, restituisce con una concretezza che le ricostruzioni accademiche faticano a raggiungere.
Il Wimmen’s Comix Collective, in questo quadro, non è un semplice gruppo di autrici riunito da un interesse comune. È un dispositivo che ha reso possibile una forma di produzione collettiva in cui il rapporto tra autrice, lettrice e lettore si distaccava dalla catena verticale editore-autore-consumatore. La «founding mommy» non è quindi solo una fondatrice: è chi ha progettato le regole di quel spazio, chi ha deciso cosa si poteva pubblicare, come si distribuiva, chi poteva accedere al processo creativo. Una funzione che, nella storia del fumetto, è rimasta per lungo tempo invisibile perché associata a un ambito considerato secondario rispetto alla singola opera d’autore.
Perché questa conversazione conta adesso
Pubblicare oggi un’intervista con una figura come Rudahl su una testata come The Comics Journal — che da decenni funge da crocevia critico e documentale per la storia del fumetto — significa inserire un tassello in un discorso che la storiografia del medium ha faticato a rendere centrale. Le voci femminili dell’underground comix sono state a lungo relegate a una nota a margine, trattate come episodio locale di San Francisco piuttosto che come componente strutturale di una trasformazione linguistica più ampia. Il lavoro di Rudahl, distribuito su testate che spaziano dalla satira politica alla narrativa di vita quotidiana, dimostra che la comix non era un sottogenre di nicchia ma un laboratorio in cui si sperimentavano forme di racconto, di ironia e di rappresentazione che avrebbero influenzato generazioni successive di autori e autrici.
L’intervista si inserisce in un momento in cui il fumetto, a livello internazionale, sta rivedendo le proprie architetture editoriali e le proprie gerarchie di genere. La disponibilità a interrogarsi sulle figure fondatrici, sulle strutture collettive che hanno preceduto il modello dell’autore-solitario, sulle reti informali che hanno permesso a voci marginali di raggiungere un pubblico, non è un esercizio nostalgico. È un lavoro di mappatura necessario: capire come si è costruito un linguaggio significa anche capire quali scelte sono state possibili e quali no, in quali condizioni e con quali strumenti. Sharon Rudahl, con la sua esperienza diretta e la sua capacità di restituire i dettagli operativi di un’epoca, offre a questa mappatura una testimonianza che nessun saggio ricostruttivo può sostituire.
La frase «if you’re building in sand, you may as well build castles» resta, alla fine, un invito metodologico tanto quanto una dichiarazione d’identità. In un’industria culturale che tende a misurare il valore in termini di longevità, di canone, di archivio istituzionale, l’underground comix ha dimostrato che la precarietà non è un limite ma una condizione generativa. Costruire sulla sabbia significa accettare che le strutture si spostano, che i mercati cambiano, che le mode si esauriscono: e proprio per questo, ogni castello costruito in quelle condizioni porta con sé una libertà formale che la pietra, con la sua stabilità, non può garantire. È una lezione che va oltre il fumetto e tocca qualsiasi pratica creativa che si muova ai margini delle istituzioni.
