
Copertina generata per le notizie di fumetti del 2026-09-22. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.
Sharon Rudahl e la memoria del Wimmen’s Comix Collective: l’underground femminista che il fumetto ha faticato a raccontare
The Comics Journal pubblica un’intervista a Sharon Rudahl, founding mommy del Wimmen’s Comix Collective. Il recupero critico di una scena fondativa.
Sharon Rudahl e la memoria del Wimmen’s Comix Collective: l’underground femminista che il fumetto ha faticato a raccontare
The Comics Journal pubblica un'intervista a Sharon Rudahl, founding mommy del Wimmen's Comix Collective. Il recupero critico di una scena fondativa.
Il 21 settembre 2026 The Comics Journal ha pubblicato un’intervista con Sharon Rudahl, firmata da Alex Dueben, che colloca l’artista e illustratrice al centro di una delle pagine meno canonizzate della storia del fumetto: la nascita del Wimmen’s Comix Collective e la scena underground di San Francisco degli anni Settanta. Il titolo scelto per il pezzo — «Your Best Life, Sharon Rudahl’s Way: if you’re building in sand, you may as well build castles» — riprende una frase di Rudahl stessa e ne fa un emblema: la scelta di costruire con ambizione in un terreno che non garantiva solidità strutturale.
Una founding mommy nel paesaggio del comix
Rudahl è descritta nell’intervista come membro della scena underground californiana e una delle «founding mommies» del Wimmen’s Comix Collective, il circolo di artiste che negli anni Settanta rivendicò uno spazio narrativo e visivo autonomo all’interno di un medium storicamente dominato da voci maschili. Il termine «mommies», usato con la specificità del gergo della comunità comix, non è un eufemismo generico: segnala un ruolo di cura editoriale, di trasmissione tra generazioni di illustratrici, di costruzione di una grammatica visiva che non derivasse dai codici dell’industria mainstream. Il Wimmen’s Comix Collective si inserisce in un preciso snodo: il passaggio dalla controcultura hippie alla prima ondata di femminismo radicale applicato alle arti visive, un momento in cui il fumetto cessava di essere solo intrattenimento e diventava strumento di discorso politico e identitario.
I titoli che hanno costruito un’identità
L’articolo di Dueben elenca i contributi di Rudahl a una serie di pubblicazioni che, lette in sequenza, disegnano una mappa della produzione underground del periodo: Anarchy Comics, Bizarre Sex, Comix Book, Corporate Crime Comics, Dope Comix e Rip Off Comics. Non si tratta di una semplice filmografia: ogni titolo corrisponde a un microcosmo editoriale, a una rete di collaboratori, a una specifica posizione nella geografia del comix californiano. Corporate Crime Comics, ad esempio, incrocia la satira politica con il formato comix in un modo che anticipa, per approccio e toni, le graphic novel di denuncia sociale degli anni Duemila. Dope Comix e Bizarre Sex collocano Rudahl nel filone più esplicito della produzione underground, dove il corpo e la sessualità erano materia narrativa non decorativa. La pluralità di questi impegni testimonia una pratica artistica rifiutata dalla specializzazione: Rudahl non era «l’artista di un genere», ma una presenza trasversale che attraversava le sezioni dell’underground come un filo conduttore.
Perché questo recupero conta adesso
La pubblicazione di un’intervista di questa natura su The Comics Journal — testata che da decenni funge da riferimento critico per la comunità del fumetto — non è un evento isolato. Si inserisce in un più ampio processo di rivisitazione critica delle figure fondatrici del fumetto underground e femminista degli anni Settanta, una fase in cui le storie di artiste come Rudahl, per lungo tempo relegate a margini bibliografici o a footnotes di monografie dedicate agli uomini della stessa scena, iniziano a occupare il centro del discorso. Il fatto che l’intervista sia condotta da Alex Dueben, autore che nel panorama del comix writing ha costruito una propria voce riconoscibile, aggiunge un ulteriore livello: non si tratta di un’operazione da parte di un outsider che «scopre» una storia dimenticata, ma di un interlocutore interno alla tradizione che restituisce visibilità a una collega di prima generazione.
Costruire castelli nella sabbia
La frase che Rudahl affida a Dueben — «if you’re building in sand, you may as well build castles» — funziona come dichiarazione di principio per tutta la stagione del comix underground. La sabbia è il contesto: un’industria che non riconosceva le artiste donne come soggetti narrativi, un mercato editoriale che trattava il fumetto femminile come nicchia o come appendice, una critica che privilegiava il disegno tecnico sulla voce autoriale. I castelli sono la risposta: non accontentarsi della capanna, non ridurre l’ambizione alla sopravvivenza, costruire strutture complesse anche quando il terreno non le sostiene. In un momento in cui il fumetto contemporaneo attraversa una fase di espansione industriale senza precedenti — con graphic novel di autori affermati, edizioni deluxe, adattamenti seriali — la memoria di chi ha costruito castelli nella sabbia degli anni Settanta funziona come contrappeso. Ricorda che la libertà formale e la voce autoriale non sono dati acquisiti, ma conquiste ottenute in un contesto che le rendeva strutturalmente fragili.
Il pezzo di Dueben, nella sua forma di conversazione lunga e non strutturata come intervista classica, restituisce qualcosa che le monografie spesso perdono: la texture del racconto, le pause, il modo in cui una figura come Rudahl colloca se stessa rispetto alla scena senza il filtro della retrospettiva accademica. È un documento di prima mano su un periodo che, per gran parte della storia del fumetto, è stato raccontato attraverso le lenti di chi era al potere editoriale. Il recupero non è怀旧 — non è nostalgia — ma un atto di correzione archivistica: mettere al centro chi ha costruito, e farlo con le parole di chi ha costruito.
