
Copertina generata per le notizie di spettacolo del 2026-09-09. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.
Hamaguchi Ryusuke in testa alle nomination Asia Pacific Screen Awards 2026 con «All of a Sudden»
Il 9 settembre 2026 sono state rese pubbliche le nomination per la categoria film degli Asia Pacific Screen Awards 2026.
Hamaguchi Ryusuke in testa alle nomination Asia Pacific Screen Awards 2026 con «All of a Sudden»
Il 9 settembre 2026 sono state rese pubbliche le nomination per la categoria film degli Asia Pacific Screen Awards 2026.
Il 9 settembre 2026 sono state rese pubbliche le nomination per la categoria film degli Asia Pacific Screen Awards 2026. A guidare la lista, secondo quanto riportato da Variety, è «All of a Sudden» di Hamaguchi Ryusuke, il regista giapponese che negli ultimi anni ha consolidato una posizione di riferimento nel cinema d’autore contemporaneo. Accanto a lui, tra i titoli principali della rosa dei candidati, compare «Elephants in the Fog» di Abinash Bikram Shah, un’opera che porta in evidenza una voce del cinema asiatico meno rappresentata nei circuiti internazionali.
Una leadership che segna un orientamento
Il fatto che «All of a Sudden» occupi la posizione di testa nella categoria film non è un semplice ordine alfabetico né una casualità di redazione: indica, nella lettura delle nomination, il peso critico e commerciale che il titolo ha acquisito nel panorama cinematografico asiatico del 2026. Hamaguchi Ryusuke, autore di una filmografia costruita sulla lentezza narrativa, sulla precisione del dialogo e su una geometria emotiva che rifiuta la didascalia, rappresenta una linea di cinema che negli ultimi anni ha ridefinito il rapporto tra tradizione narrativa giapponese e grammatica autoriale europea. La sua presenza in testa a un premio pan-asiatico conferma un percorso che trascende i confini di un singolo mercato nazionale.
«Elephants in the Fog» e la pluralità del continente
La presenza di «Elephants in the Fog» di Abinash Bikram Shah nella rosa delle nomination principali aggiunge una dimensione di rappresentazione interna al continente asiatico. Gli Asia Pacific Screen Awards, per statuto e per composizione della giuria, sono strutturati per valorizzare la diversità linguistica, culturale e produttiva di un’area che va dal Giappone all’India, dall’Australia al Sud-est asiatico. Che un titolo di Shah compaia tra i nomi principali suggerisce che il 2026 stia offrendo un campo di produzione cinematografica più distribuito e meno concentrato sui poli tradizionali. La parola «elephant» nel titolo stesso evoca una presenza che è insieme monumentale e sfuggente, un’immagine che si presta a letture simboliche sulla memoria e sull’opacità del ricordo.
Il peso di un circuito premi al di fuori dell’asse Hollywood-Europa
Il valore delle nomination Asia Pacific Screen Awards non risiede solo nella visibilità che offrono ai singoli titoli, ma nella funzione di mappatura che esercitano sull’intero ecosistema produttivo del continente. A differenza dei circuiti premi occidentali, dove la selezione è spesso mediata da strategie di distribuzione e da logiche di mercato anglofone, il premio asiatico funziona come un termometro della vitalità cinematografica interna: quali storie vengono raccontate, in quali lingue, con quali grammatiche visive. La testa di lista occupata da un autore giapponese e la presenza di una voce del cinema dell’area himalayana o del Sud-est asiatico (il nome Abinash Bikram Shah richiama la tradizione cinematografica nepalese e himalayana) disegnano un arco che va dall’Oceano Pacifico all’Himalaya, passando per una pluralità di linguaggi che nessun singolo mercato nazionale può contenere.
Perché conta, oltre al nome sul palco
La notizia delle nomination del 9 settembre 2026 va letta come un indicatore di direzione: il cinema asiatico non è più un’appendice esotica dei festival occidentali, ma produce una sua gerarchia interna, una sua critica, i suoi premi. Hamaguchi Ryusuke in testa, Abinash Bikram Shah nella rosa principale: due registi, due geografie, due registri narrativi che condividono soltanto il continente e la lingua del cinema. In un anno in cui il dibattito sull’industria culturale globale si intreccia con le trasformazioni tecnologiche della distribuzione e con la ridefinizione dei pubblici, un premio pan-asiatico che mette in dialogo Tokyo e Kathmandu, o comunque due poli produttivi distanti, resta uno degli strumenti più concreti per misurare quanto il cinema continui a essere, prima di tutto, una lingua condivisa.
