
Immagine ufficiale dal comunicato stampa del Premio Strega
Finale Premio Strega 2026: i 6 libri finalisti da conoscere prima della serata decisiva
Dal romanzo nero di Michele Mari alla vita di Platone raccontata da Matteo Nucci, fino alle donne che amarono Albert Camus.
Finale Premio Strega 2026: i 6 libri finalisti da conoscere prima della serata decisiva
Dal romanzo nero di Michele Mari alla vita di Platone raccontata da Matteo Nucci, fino alle donne che amarono Albert Camus.
Dal romanzo nero di Michele Mari alla vita di Platone raccontata da Matteo Nucci, fino alle donne che amarono Albert Camus: l’ottantesima edizione del Premio Strega arriva alla finale con sei libri molto diversi tra loro.
Cinque libri, anzi sei. L’edizione 2026 del Premio Strega ha regalato un piccolo colpo di scena già al momento della proclamazione dei finalisti, avvenuta il 3 giugno al Teatro Romano di Benevento. La tradizionale cinquina è diventata infatti una sestina: ai cinque titoli più votati si è aggiunto Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato da L’Orma, grazie alla norma che garantisce l’accesso alla seconda votazione al libro più votato di un editore medio-piccolo quando nessuno è presente nelle prime cinque posizioni.
Il risultato è una finale particolarmente varia. Ci sono una commedia nera sul tempo e sulla morte, la vita di uno dei più grandi filosofi della storia trasformata in romanzo, un’avventura gotica ambientata in Sardegna, un incontro inquieto con la criminalità, un viaggio radicale nel malessere psichico e quattro donne costrette a fare i conti con l’assenza di Albert Camus.
Se il Premio Strega è spesso una fotografia dello stato della narrativa italiana, l’edizione numero ottanta restituisce un’immagine difficile da riassumere con una sola definizione. I sei libri finalisti percorrono strade molto lontane tra loro, ma sembrano condividere una domanda: che cosa resta di noi quando il tempo, la memoria, la malattia o la storia cambiano improvvisamente le regole?
I convitati di pietra di Michele Mari
Con 280 voti, Michele Mari ha conquistato il primo posto nella votazione che ha determinato i finalisti. I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi, arriva alla serata decisiva con un ulteriore riconoscimento già in tasca: il Premio Strega Giovani 2026.
Il punto di partenza ha qualcosa di geniale e terribile. Il 22 luglio 1975, un anno dopo la maturità, gli ex compagni di una classe del liceo Berchet di Milano si ritrovano a cena e decidono di dare vita a un patto destinato a durare per decenni. Ogni anno verseranno una somma in un fondo comune; il capitale crescerà nel tempo e, alla fine, sarà diviso tra gli ultimi tre membri del gruppo ancora in vita.
È una specie di lotteria della sopravvivenza, un gioco che inizia quasi come una provocazione giovanile e acquista un significato sempre più oscuro mentre gli anni passano e l’elenco dei partecipanti inevitabilmente si accorcia.
Mari costruisce così un romanzo nero, comico e corale in cui il tempo non è soltanto lo sfondo della storia ma il vero antagonista. I cognomi, i ricordi scolastici, le strade, le ossessioni e i rituali di una generazione diventano il materiale di una narrazione che osserva la morte senza rinunciare al gioco linguistico e all’ironia.
Tra i sei libri finalisti è forse quello con il meccanismo narrativo più immediatamente riconoscibile, ma anche uno dei più difficili da ridurre alla sola trama. Dietro il patto macabro si nasconde infatti qualcosa di molto familiare: la sensazione che i compagni di scuola continuino a rappresentare una misura del tempo, anche molti anni dopo aver smesso di frequentarli.
Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci
Al secondo posto della prima votazione, con 242 preferenze, c’è Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore, pubblicato da Feltrinelli.
Il titolo potrebbe far pensare a un saggio o a una biografia tradizionale. Il libro sceglie invece una strada diversa: trasformare la vita del filosofo in un grande romanzo.
La storia comincia nel 415 a.C. al Pireo. Tra quattro ragazzini c’è un dodicenne chiamato Aristocle, destinato qualche anno dopo a essere conosciuto con il nome di Platone. Nucci lo segue attraverso l’infanzia, la perdita del padre, la sconfitta di Atene, l’incontro con Socrate, la politica, i viaggi e la ricerca di una forma possibile di giustizia.
Ma il cuore del libro, come suggerisce il sottotitolo, è l’amore.
L’eros attraversa la vita del protagonista non come semplice elemento sentimentale, ma come una forza capace di unire desiderio, conoscenza e trasformazione. Nucci prova così a liberare Platone dalla statua immobile costruita da secoli di storia della filosofia e a restituirgli un corpo, una famiglia, dei fallimenti e delle passioni.
Con le sue 576 pagine è anche il più ampio tra i libri della finale. Una lettura che chiede tempo ma che vuole raggiungere anche chi non ha una particolare familiarità con la filosofia antica. Il suo obiettivo più interessante è forse proprio questo: mostrare che prima di diventare una delle figure fondamentali del pensiero occidentale, Platone è stato un uomo costretto a scegliere come vivere.
La sonnambula di Bianca Pitzorno
Terza con 195 voti, Bianca Pitzorno porta in finale La sonnambula, pubblicato da Bompiani.
La protagonista è Ofelia Rossi, una donna che fin da bambina perde improvvisamente i sensi e si risveglia con il presagio di qualcosa che deve ancora accadere. Dopo un matrimonio che si rivela pericoloso, è costretta a fuggire e a ricostruire da sola la propria esistenza.
La ritroviamo in una città della Sardegna, dove si guadagna da vivere come “rinomata sonnambula”. Nel suo salotto ascolta le preoccupazioni delle clienti, simula una trance e offre vaticini al prezzo di cinque lire. Tutto sembra funzionare secondo un metodo abilmente controllato, almeno fino a quando alcuni eventi cominciano a sfuggire alla sua regia e il passato torna a presentarsi alla porta.
Pitzorno parte da un ritaglio di giornale di fine Ottocento e mescola romanzo d’avventura, racconto d’amore, suggestioni gotiche e spirito picaresco. Il risultato è una storia che può essere letta su più livelli: come un mistero, come il ritratto di una donna indipendente o come una riflessione sul confine ambiguo tra razionalità e immaginazione.
Ofelia è circondata da superstizioni ma non è una donna superstiziosa. È proprio questa contraddizione a renderla interessante: utilizza le aspettative degli altri per sopravvivere in una società che le offre pochissime possibilità, mentre cerca di restare padrona della propria storia.
Donnaregina di Teresa Ciabatti
Con 184 voti, Teresa Ciabatti entra in finale con Donnaregina, pubblicato da Mondadori.
Al centro del romanzo c’è l’incontro tra la voce della scrittrice e Giuseppe Misso, figura reale della criminalità napoletana. Ma Donnaregina non è un’inchiesta sulla camorra nel senso tradizionale del termine e non è neppure un semplice romanzo biografico. Ciabatti utilizza quell’incontro come una superficie riflettente in cui osservare anche sé stessa, i rapporti familiari, la maternità, il dolore e le contraddizioni che preferiremmo non riconoscere.
Due mondi apparentemente inconciliabili si avvicinano: quello di una scrittrice e quello di un uomo legato alla violenza criminale. A interessare Ciabatti non è soltanto il racconto dei fatti, ma il meccanismo attraverso il quale una persona diventa una storia e una storia, inevitabilmente, viene trasformata da chi la racconta.
È forse il libro più difficile da separare dalla voce della sua autrice. Il confine tra realtà e narrazione rimane volutamente instabile e l’indagine sul personaggio si trasforma progressivamente in un’indagine sull’io narrante.
Lo sbilico di Alcide Pierantozzi
Quinto nella prima votazione con 170 preferenze, Lo sbilico di Alcide Pierantozzi è pubblicato da Einaudi.
È probabilmente il libro più duro e scoperto della sestina. Pierantozzi porta il lettore dentro una mente che cerca continuamente di comprendere il proprio malessere, raccontando la perdita di equilibrio, l’alienazione e la medicalizzazione senza trasformarle in semplici elementi di trama.
Lo “sbilico” del titolo è un punto di rottura, una linea oltre la quale la percezione della realtà diventa instabile. La forza del romanzo sta nel tentativo di trovare parole precise per esperienze che spesso vengono raccontate attraverso formule generiche.
Più che descrivere il malessere dall’esterno, Pierantozzi costruisce il diario di bordo di una mente smarrita che continua a cercare una possibilità di salvezza.
Non è una lettura consolatoria. Ma proprio per questo occupa un posto particolare nella finale del 2026: porta al centro della narrativa una dimensione della sofferenza che troppo spesso viene semplificata, spettacolarizzata o nascosta.
Vedove di Camus di Elena Rui
E poi c’è il sesto libro.
Con 163 voti, Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato da L’Orma, ha raggiunto la finale grazie alla norma che tutela la presenza degli editori medio-piccoli. Non è quindi un titolo arrivato per concessione: è stato il più votato tra quelli che rispondevano ai requisiti previsti dal regolamento ed era a soli sette voti dal quinto posto.
Il romanzo parte dalla morte di Albert Camus, avvenuta il 4 gennaio 1960 in un incidente automobilistico. Ma invece di raccontare direttamente il premio Nobel, Elena Rui sceglie quattro donne che lo hanno amato e che, dopo la sua scomparsa, sono diventate in modi diversi le sue “vedove”.
Camus resta al centro della storia, ma viene osservato attraverso una struttura prismatica. A interessare il romanzo sono le vite di chi rimane: l’amore, la gelosia, il ricordo, la rabbia e il modo in cui la fama di un grande uomo può finire per oscurare le persone che gli sono state vicine.
È anche il libro che più chiaramente rovescia il punto di vista. La figura monumentale dello scrittore viene ricostruita non attraverso un ritratto celebrativo, ma attraverso quattro esperienze femminili distinte. Il personaggio assente diventa visibile proprio grazie alle differenze tra chi lo ha conosciuto e amato.
Sei modi diversi di raccontare il tempo
A guardarli insieme, i finalisti del Premio Strega 2026 sembrano avere più punti in comune di quanto suggeriscano le loro trame.
Il tempo è il grande gioco mortale dei compagni di classe di Michele Mari. È la distanza che separa il Platone bambino dal filosofo destinato a cambiare il pensiero occidentale. È il passato che torna nella vita di Ofelia, la frattura tra realtà e racconto in Donnaregina, l’instabilità della mente in Lo sbilico e l’assenza lasciata dalla morte di Camus.
Sono sei libri molto diversi per stile, lunghezza e ambizione. Ed è forse questo l’aspetto più interessante della finale: non c’è un unico modello di romanzo italiano contemporaneo da celebrare.
La prima votazione ha messo Michele Mari davanti a Matteo Nucci, Bianca Pitzorno, Teresa Ciabatti, Alcide Pierantozzi ed Elena Rui. Ma la partita decisiva è ancora aperta.
Il vincitore dell’ottantesima edizione del Premio Strega sarà proclamato mercoledì 8 luglio 2026. Per celebrare l’anniversario, la serata finale si svolgerà eccezionalmente in Piazza del Campidoglio a Roma e sarà trasmessa in diretta su Rai 3.
Prima di sapere quale libro conquisterà il premio, però, la sestina ha già prodotto un risultato: sei storie che mostrano quanto la narrativa italiana possa ancora muoversi in direzioni imprevedibili, passando dalla commedia nera alla filosofia, dal gotico alla non fiction romanzata, fino ai territori più fragili della mente e della memoria.

