Il Sé digitale di Vittorio Gallese: quando l’identità diventa interfaccia, ma il corpo non sparisce

#Gifted Questo prodotto ci è stato inviato da Raffaello Cortina Editore per una recensione imparziale.

Ci basta poco per accorgerci che stiamo cambiando pelle. Una call in cui annuiamo a un avatar che “sembra” presente, un messaggio vocale ripulito dall’IA che suona più emotivo di chi l’ha registrato, una foto che non è mai esistita ma ci attiva comunque qualcosa. Il punto non è solo che la tecnologia è più brava: il punto è che noi, davanti a quella bravura, reagiamo. Il Sé digitale di Vittorio Gallese parte esattamente da qui, dal fatto che l’identità non è più una faccenda da diario segreto ma un territorio attraversato da dispositivi, algoritmi, ambienti immersivi e simulacri affettivi. E lo fa senza scivolare né nella paranoia né nell’entusiasmo da presentazione aziendale: ci mette davanti a una mutazione in corso, e ci chiede di pensarla sul serio.

Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica: un ponte tra cervello e mondo connesso

Gallese non arriva a parlare di IA e “presenze sintetiche” facendo finta che la mente sia una nuvoletta astratta. Il suo punto di partenza è l’embodiment: noi conosciamo, sentiamo e capiamo sempre con un corpo, e quella base non viene cancellata dal digitale. Viene invece riplasmata. I neuroni specchio e la teoria della simulazione incarnata, che lo hanno reso un riferimento internazionale, qui diventano strumenti per leggere un presente in cui l’empatia può essere imitata, confezionata e consegnata a comando. Ed è proprio questa ambiguità a rendere il libro interessante: non ci dice che l’empatia digitale è “falsa” e basta, ci fa vedere perché può sembrarci vera, quali meccanismi percettivi e relazionali si attivano, e che prezzo paghiamo quando l’alterità smette di essere imprevedibile e diventa un servizio.

Quando l’algoritmo entra nel nostro modo di essere: la soggettività non è più solo psicologia

La parte che ci aggancia di più è il salto di scala. Qui non stiamo parlando soltanto di come usiamo lo smartphone, ma di come le nostre abitudini di attenzione, riconoscimento e relazione vengono modellate da sistemi che anticipano, suggeriscono, ottimizzano, e a volte decidono per noi quale versione di noi stessi è più “funzionante”. Gallese chiama in causa filosofia, estetica e teoria dei media proprio perché la questione non è solo neuroscientifica: è antropologica. Se il sé è sempre stato relazionale, cosa succede quando la relazione passa attraverso interfacce progettate per essere trasparenti, fluide, senza attrito? E soprattutto: che tipo di soggetto diventiamo quando l’esperienza viene mediata da ambienti che premiano la prevedibilità?

Come lo leggiamo noi: un libro che mette parole dove di solito mettiamo meme

Ci sono temi che viviamo ogni giorno ma che trattiamo con leggerezza difensiva: “sono sempre online”, “mi sento osservato”, “mi manca il contatto vero”, “mi emoziono per cose che non sono reali”. Il Sé digitale è il saggio che trasforma queste frasi da sfogo a domanda strutturata. Non ci chiede di spegnere tutto e tornare alla candela, ci chiede di capire che cosa stiamo diventando mentre scorriamo. Ed è una lettura che funziona anche quando non abbiamo una formazione tecnica, perché la scrittura tiene insieme concetti complessi e immagini mentali chiare: il corpo non viene escluso dal digitale, viene riconfigurato; l’alterità non sparisce, diventa più difficile da distinguere quando è imitata bene.

Perché ci serve davvero: il corpo torna al centro senza nostalgia

Il primo motivo per cui questo libro ci sembra indispensabile è che rimette il corpo al centro senza farne un santuario. Gallese non usa il corpo come scusa per dire “prima era meglio”, lo usa come criterio di realtà: qualunque esperienza, anche la più immersiva e filtrata, si appoggia a circuiti percettivi, emotivi e motori. Questa prospettiva ci salva da due trappole: l’idea che nel digitale siamo “pura mente” e l’idea opposta che il digitale sia per forza disumanizzante. Qui la domanda è più interessante: quali parti del nostro essere incarnati vengono potenziate, quali vengono assottigliate, e quali vengono riscritte senza che ce ne accorgiamo?

Perché ci serve davvero: ci fa vedere l’alterità come rischio, non come opzione nel menu

Il secondo motivo è l’attenzione all’alterità. Quando volti e voci possono essere generati, quando le presenze possono simulare empatia e risposta, il rischio non è solo la truffa o la manipolazione. Il rischio è che l’altro diventi troppo comodo. Che la relazione venga addomesticata fino a perdere opacità, resistenza, imprevedibilità. Gallese insiste su questo punto con una forza che ci resta addosso: se l’alterità diventa funzione, la nostra capacità di stare nell’incontro—quello vero, imperfetto, non ottimizzato—si atrofizza. E noi non perdiamo solo “socialità”: perdiamo complessità emotiva.

Unisce discipline diverse senza fare collage

Il terzo motivo è la struttura multidisciplinare, che qui non è un’operazione di prestigio ma una necessità. Neuroscienze, filosofia, estetica e media theory non stanno una accanto all’altra come reparti di un supermercato, si inseguono perché la soggettività digitale non si lascia afferrare da un solo punto di vista. Quando Gallese parla di “onto-fenomenologia” non sta cercando parole grosse per intimidire: sta tentando di descrivere cosa siamo e come ci appare l’esperienza quando è modulata tecnologicamente. E noi, leggendo, sentiamo che quel lessico serve, perché l’esperienza contemporanea è davvero un ibrido: incarnata, relazionale, ma anche mediata e predisposta.

Ci mette davanti alla solitudine come progetto, non come incidente

Il quarto motivo è uno dei più inquietanti, e proprio per questo utile. In un mondo di interfacce che promettono relazione continua, possiamo finire a progettare una solitudine perfetta: una vita dove l’altro non ci ferisce perché non ci sorprende, dove l’attrito sparisce, dove tutto è personalizzato. Gallese non demonizza la tecnologia, ma ci fa notare la deriva: se l’esperienza viene costruita per ridurre il rischio, riduciamo anche la possibilità di trasformarci attraverso l’incontro. È un passaggio che ci fa pensare, perché spesso confondiamo la tranquillità con la pienezza, e il digitale è bravissimo a venderci tranquillità.

L’estetica radicale come “politica del sentire” è una proposta, non una morale

Il quinto motivo è il finale teorico, che non chiude con un “dobbiamo fare così”, ma con una proposta: un’estetica radicale, intesa come politica del sentire. Tradotto: recuperare intensità, opacità e imprevedibilità nelle relazioni, in un contesto dominato da trasparenza e previsione. È una chiusura potente perché sposta l’attenzione dalla tecnica al sensibile. Non ci dice di combattere gli algoritmi con altri algoritmi, ci invita a proteggere ciò che non si lascia ridurre a modello: la densità dell’esperienza, l’ambivalenza, la sorpresa, il fatto che l’altro non coincide mai con la nostra previsione.

A chi lo facciamo leggere: a chi sente che “online” non è più un luogo, è un modo di essere

Noi lo daremmo a chi lavora con le tecnologie e vuole una bussola non banale, ma anche a chi si sente spesso “spostato” dalle piattaforme senza riuscire a nominare perché. È un saggio che non chiede competenza, chiede attenzione. E se lo leggiamo adesso, mentre le IA generative si infilano nelle nostre comunicazioni quotidiane con una naturalezza quasi comica, fa un effetto preciso: ci restituisce il diritto di essere complessi. Non solo utenti, non solo profili, non solo dati. Corpi che sentono, e che proprio per questo devono imparare a capire come stanno venendo riscritti.


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