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La psicologia è politica: quando la cura smette di fingere neutralità

Recensione di La psicologia è politica: un saggio su cura, potere, normalità e giustizia sociale firmato Marocchini e Dibennardo.

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La psicologia è politica: quando la cura smette di fingere neutralità

Recensione di La psicologia è politica: un saggio su cura, potere, normalità e giustizia sociale firmato Marocchini e Dibennardo.

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#Gifted Questo prodotto ci è stato inviato da Edizioni Tlon per una recensione imparziale.

La psicologia è politica: quando la cura smette di fingere neutralità — materiale stampa ufficiale di Edizioni Tlon
Materiale stampa ufficiale di Edizioni Tlon.

Succede quasi senza accorgercene. Siamo a cena con amicə, qualcuno racconta di aver ricevuto una diagnosi, un’altra persona usa la parola “tossico” per descrivere una relazione e nel giro di pochi minuti il tavolo si riempie di termini psicologici: trauma, attaccamento, narcisismo, neurodivergenza, regolazione emotiva. È il lessico con cui proviamo a capirci, ma anche una lingua che può trasformarsi in un tribunale portatile. Chi decide che cosa è normale? Chi stabilisce quando una sofferenza appartiene alla persona e quando, invece, è prodotta dall’ambiente in cui vive? E soprattutto: possiamo davvero parlare di mente senza parlare di potere?

La psicologia è politica. La scienza psicologica tra potere, cura e giustizia sociale, firmato da Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo e pubblicato da Edizioni Tlon, entra esattamente in questa crepa. Non lo fa per demolire la psicologia, né per sostituire la ricerca con slogan ideologici. Il gesto del libro è più interessante e, per certi versi, più scomodo: ci chiede di osservare la disciplina come un sapere situato, nato dentro epoche, istituzioni, economie e rapporti sociali precisi. La psicologia, sostengono gli autorə, produce effetti reali sulle vite. Proprio per questo non può raccontarsi come se guardasse l’umano da un punto di vista sospeso fuori dalla storia.

La parola “politica” non significa propaganda

Il primo merito del volume è chiarire subito l’equivoco più prevedibile. Dire che la psicologia è politica non equivale a dire che ogni terapeuta debba trasformare la seduta in un comizio o che i risultati scientifici vadano piegati alla linea di un partito. Qui la politica viene riportata al suo significato più ampio: riguarda la vita comune, la distribuzione di risorse e diritti, i criteri con cui una società stabilisce chi merita ascolto, protezione, autonomia e accesso alla cura.

Questa distinzione cambia il modo in cui leggiamo tutto il resto. Una diagnosi non è soltanto una parola tecnica; può aprire l’accesso a strumenti utili, ma può anche diventare uno stigma. Un test non è solo un foglio con un punteggio; contiene un’idea di prestazione, intelligenza e adattamento. Una teoria dello sviluppo non descrive semplicemente ciò che accade; spesso incorpora aspettative su famiglia, genere, lavoro e comportamento. Marocchini e Dibennardo non negano la possibilità del rigore. Ci ricordano, piuttosto, che il rigore non coincide con l’assenza di posizione e che l’oggettività diventa più credibile quando dichiara i propri limiti, invece di nasconderli sotto una patina di neutralità.

Una mappa ampia, dalla ricerca alla stanza di terapia

Il libro conta 296 pagine e costruisce un percorso molto più articolato di quanto il titolo, volutamente netto, potrebbe far pensare. Prima di entrare nei grandi assi sociali, gli autorə affrontano il funzionamento della ricerca: i bias, la pressione del “pubblica o muori”, le pratiche discutibili, l’accessibilità della scienza aperta, il valore di un’accademia più lenta e la necessità di una conoscenza situata. È una partenza intelligente, perché evita di usare la politica come etichetta morale e la trasforma in una domanda sul metodo.

Da lì il discorso attraversa la costruzione della normalità, la storia dell’eugenetica, l’uso dei test, la razzializzazione, la classe sociale, il patriarcato clinico, le soggettività LGBTQIA+ e la neurodivergenza. Il rischio di un progetto così ampio sarebbe quello di sembrare un corso accelerato su tutto. Il testo riesce invece a tenere insieme la panoramica grazie a una domanda ricorrente: quali conseguenze produce una categoria quando passa dai manuali alle vite? Questa attenzione agli effetti impedisce alla ricostruzione storica di diventare un esercizio astratto. Ogni volta che una definizione appare, il libro ci invita a guardare chi ne resta dentro, chi viene spinto fuori e chi ha avuto il potere di formularla.

La normalità statistica non è una legge naturale

Uno dei passaggi più efficaci riguarda il modo in cui una media numerica può trasformarsi, quasi magicamente, in un modello morale. Misurare significa confrontare, e confrontare richiede un riferimento. Il problema nasce quando quel riferimento smette di essere uno strumento descrittivo e diventa il confine di ciò che consideriamo sano, desiderabile o pienamente umano.

È una dinamica che conosciamo anche fuori dai laboratori. Pensiamo alle app che ci comunicano quanto dovremmo dormire, muoverci, concentrarci o respirare. Un dato può aiutarci a notare un cambiamento, ma può anche convincerci di essere sbagliatə perché non rientriamo nella curva prevista. Nel campo psicologico la posta in gioco è ancora più alta: classificare una difficoltà può offrire sollievo e accesso alla cura, ma la stessa classificazione può irrigidire una persona in un’identità prescritta dall’esterno.

Marocchini e Dibennardo non cadono nell’opposizione facile tra diagnosi cattiva e libertà buona. Mostrano piuttosto la tensione tra cura e controllo, tra riconoscimento e normalizzazione. È proprio questa ambivalenza a rendere il libro credibile. Non ci chiede di rinunciare agli strumenti, ma di domandarci per chi sono stati progettati, su quali campioni, con quali aspettative e con quali possibilità di contestazione.

Il momento in cui il disagio smette di essere solo individuale

Immaginiamo una situazione concreta. Una nostra amica lavora con contratti intermittenti, paga metà stipendio per una stanza, dorme male e vive in allerta perché ogni mese deve ricominciare a dimostrare di meritare il posto che occupa. Cerca aiuto e si sente dire che deve gestire meglio l’ansia, organizzare le giornate, costruire una routine. Sono consigli sensati, forse persino utili. Ma se il discorso finisce lì, qualcosa si perde: l’instabilità non è una fantasia della sua mente, l’affitto non è un pensiero irrazionale, la precarietà non si risolve con una respirazione più profonda.

È in scene come questa che la tesi del libro diventa immediata. Una psicologia attenta alla dimensione politica non sostituisce l’ascolto individuale con un’analisi sociologica impersonale. Fa entrambe le cose. Riconosce la sofferenza concreta e, nello stesso tempo, evita di trasformare ogni problema collettivo in un difetto di adattamento del singolo. Significa chiedersi se la persona debba essere aiutata ad adeguarsi a un contesto oppure sostenuta anche nel riconoscere che quel contesto è ingiusto.

Questa prospettiva non promette soluzioni facili. Anzi, complica il lavoro clinico. Ma la complessità qui non è un vezzo intellettuale: è una forma di precisione. Ridurre tutto alla biografia individuale può essere comodo, però rischia di lasciare intatti i meccanismi che continuano a produrre la stessa sofferenza.

Razzializzazione, genere e soggettività queer senza capitoli ornamentali

Molti saggi contemporanei inseriscono parole come intersezionalità, decolonizzazione e inclusione come segnali di aggiornamento linguistico. In questo volume, invece, questi temi reggono la struttura. La psicologia viene osservata anche attraverso la sua dipendenza storica da campioni occidentali, istruiti, industrializzati, ricchi e democratici, spesso trattati come se rappresentassero l’intera specie umana. La domanda non è soltanto chi manca nei dati, ma che cosa accade quando un’esperienza locale viene presentata come universale.

Lo stesso vale per il genere. La genealogia dell’isteria e della patologizzazione della sofferenza femminile mostra come il linguaggio clinico abbia spesso tradotto conflitti sociali e vincoli patriarcali in caratteristiche del corpo o della personalità. Sul terreno LGBTQIA+, il libro ricorda che la depatologizzazione non è piovuta dall’alto come un semplice progresso interno alla disciplina: è stata anche il risultato di lotte, contestazioni e prese di parola da parte delle comunità direttamente coinvolte.

Questa scelta evita una rappresentazione passiva delle persone marginalizzate. Non sono soltanto oggetti di errori scientifici o vittime di istituzioni; diventano produttrici di conoscenza. È un passaggio decisivo, perché modifica anche l’idea di competenza. L’esperienza vissuta non sostituisce la ricerca, ma può rivelare ciò che la ricerca non vede quando osserva dall’esterno.

Neurodivergenza: costruire la relazione, non la persona

Il capitolo dedicato alla neurodivergenza è uno dei punti in cui le due voci autoriali sembrano incontrarsi con maggiore naturalezza. Marocchini porta una competenza legata alla psicolinguistica, alle scienze cognitive e alla comunicazione della neurodiversità; Dibennardo lavora sul versante clinico, relazionale e comunitario. Il risultato non è una celebrazione ingenua delle differenze né una negazione delle difficoltà reali.

Il nodo è la normalizzazione. Quando l’obiettivo implicito della cura diventa rendere una persona meno disturbante per l’ambiente, la domanda sul benessere rischia di essere sostituita da quella sulla conformità. Un comportamento può essere faticoso per chi lo vive, per chi gli sta accanto o per entrambi, ma queste dimensioni non coincidono automaticamente. Capire chi sta soffrendo, chi chiede il cambiamento e quali condizioni rendono quella sofferenza più intensa è parte della cura, non un’aggiunta ideologica.

La formula che emerge dal percorso, costruire la relazione invece di costruire la persona, riassume bene l’etica del libro. Non si tratta di abbandonare ogni intervento, ma di spostare lo sguardo da un individuo da correggere a un incontro da rendere più abitabile. È una differenza sottile sulla carta e radicale nella pratica.

Una scrittura accessibile che non semplifica troppo

Il volume alterna spiegazione scientifica, storia delle idee, esempi clinici e contributi di altre voci. La presenza di interventi affidati a Fabrizio Acanfora, Ronke Oluwadare, Carmine Ferrara, Federica Carbone, Natascia Maesi e Dania Piras non funziona come una raccolta di testimonianze decorative. Serve a creare una coralità coerente con la tesi di fondo: nessun discorso sulla marginalizzazione può dirsi completo se continua a lasciare ai margini chi quelle dinamiche le attraversa.

La prosa è chiara, spesso diretta, ma non tratta chi legge come se avesse bisogno di slogan. I concetti vengono spiegati senza cancellarne le contraddizioni. In alcuni passaggi la densità dei temi richiede attenzione, soprattutto quando la ricostruzione storica e quella metodologica si sovrappongono. Non è un libro da consumare in una sera, nonostante il titolo da manifesto. È più utile leggerlo per blocchi, lasciando che le categorie proposte entrino in dialogo con esperienze concrete.

La doppia prospettiva, ricerca e clinica, è una forza evidente. Evita sia l’astrazione accademica sia l’aneddotica terapeutica. A volte avremmo desiderato più spazio per il conflitto tra approcci diversi all’interno della stessa psicologia critica, ma questa mancanza non indebolisce il progetto: segnala piuttosto la quantità di conversazioni che il libro riesce ad aprire.

Il limite produttivo di un libro che vuole tenere insieme molto

L’ambizione è ampia e inevitabilmente lascia zone che avrebbero meritato un volume autonomo. In meno di trecento pagine passiamo dai bias della ricerca alla legge Basaglia, dalla violenza epistemica alle terapie riparative, dalla povertà alla neuroqueerness. Chi conosce già uno di questi campi potrà trovare alcune sintesi rapide. Chi vi arriva per la prima volta dovrà forse fermarsi e approfondire altrove.

Eppure il libro non pretende di chiudere il discorso. Si presenta come una mappa parziale e provvisoria, e questa dichiarazione di limite è coerente con l’umiltà epistemica che propone. La sua funzione non è consegnarci una nuova ortodossia corretta da applicare automaticamente. È insegnarci a diffidare delle categorie quando diventano invisibili, soprattutto delle nostre.

Il rischio opposto sarebbe leggere ogni pratica psicologica come una forma di oppressione. Il testo evita questa scorciatoia, anche se alcuni lettori più legati all’idea tradizionale di neutralità potrebbero percepire il posizionamento come eccessivo. In realtà, proprio il dissenso può diventare parte dell’esperienza di lettura: ci costringe a formulare meglio perché consideriamo una procedura giusta, un campione rappresentativo o una diagnosi utile.

Perché questa recensione finisce con una domanda, non con un voto

La psicologia è politica è un libro necessario non perché abbia l’ultima parola sulla cura, ma perché rende difficile tornare a usare con leggerezza parole come normale, patologico, oggettivo e scientifico. Dopo la lettura, quelle parole continuano a servirci, ma acquistano peso. Ci ricordano che ogni definizione è anche una soglia e che dietro ogni soglia c’è qualcuno che può attraversarla e qualcuno che rischia di restare fuori.

Lo consigliamo a chi lavora nella salute mentale, a chi studia psicologia, a chi ha ricevuto una diagnosi e vuole comprenderne anche la storia culturale, ma soprattutto a chi usa quotidianamente il vocabolario terapeutico per interpretare sé e le altre persone. È una lettura capace di migliorare il nostro modo di fare domande. Non offre ricette per diventare più performanti, né scorciatoie per classificare chi ci sta intorno. Offre una responsabilità: riconoscere che la cura avviene sempre dentro una società e che nessuna stanza, nemmeno quella terapeutica, è davvero isolata dal rumore che arriva da fuori.

La domanda con cui restiamo è semplice e impegnativa: quando diciamo di voler aiutare una persona a stare meglio, stiamo ascoltando il suo desiderio o stiamo cercando di renderla più compatibile con ciò che già esiste? Questo libro non risponde al posto nostro. Ci mette però nelle condizioni di non evitare più la questione.

Materiale stampa disponibile pubblicamente tramite il comunicato stampa di Edizioni Tlon.

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