L’albero delle parole di Teolinda Gersão: crescere tra natura, silenzi e colonialismo

#Gifted Questo prodotto ci è stato inviato da Voland per una recensione imparziale.

Ci capita più spesso di quanto ammettiamo: entriamo in libreria “solo per dare un’occhiata”, poi ci ritroviamo con un romanzo in mano perché ci ha preso per la copertina, per un titolo che suona bene, o per quella quarta che promette un mondo preciso. Solo che il mondo, a volte, è troppo vago. E noi non abbiamo voglia di leggere qualcosa che resta in superficie, soprattutto quando la stagione spinge a cercare storie che scaldano e graffiano insieme, tipo quelle da divano, tè caldo e luce che cala presto. L’albero delle parole invece fa una cosa rara: ci porta in un altrove potente senza farci sentire turisti letterari, e ci costringe con eleganza a guardare da vicino cosa succede quando l’infanzia incontra una realtà costruita su gerarchie, razzismo e desideri trattenuti.

Una bambina, un padre adorato, una governante che diventa mondo

Siamo nel Mozambico portoghese e la protagonista è Gita, piccola e attentissima, con quella capacità tutta infantile di registrare ogni cosa come se fosse la prima volta. Le sue giornate scorrono nella natura africana, accanto alla governante Lóia e dentro un amore quasi assoluto per il padre Laureano, figura luminosa, magnetica, “giusta” agli occhi di una figlia che ancora non sa quanto sia complicato il bene quando è impastato di potere. La madre Amélia, invece, è l’ombra che non si può ignorare: porta addosso disillusione, frustrazione, un matrimonio che non ha mantenuto le promesse e un rancore che si incolla proprio lì, sul rapporto tra la figlia e la domestica. È una tensione domestica che sembra piccola, familiare, ma in realtà è il microclima perfetto per farci sentire l’aria tossica del colonialismo senza che l’autrice ce lo sbatta in faccia con il didascalico.

Il nostro use-case reale: quando ci serve un libro che “riordina” la testa

Immaginiamo una di quelle giornate in cui abbiamo parlato troppo su chat, fatto call infinite, e ci resta addosso una specie di rumore mentale. In quelle sere non vogliamo un romanzo “veloce”, vogliamo un romanzo che ci porti via ma con una lingua che fa ordine, che crea un ritmo nuovo. L’albero delle parole funziona benissimo così: lo apriamo magari in treno o sul divano, e dopo poche pagine ci accorgiamo che stiamo leggendo più lentamente del solito, non per fatica, ma perché ogni immagine merita di sedimentare. Gersão costruisce un’atmosfera che sembra quasi magica, fatta di parole e sogni, e noi ci entriamo come si entra in una stanza dove qualcuno ha abbassato la musica e improvvisamente si sente tutto: i non detti, le gelosie, le crepe. È il tipo di libro che, senza gridare, ci costringe a spegnere l’autopilota.

Spiegazione “tecnica” senza tecnicismi: come Gersão fa convivere magia e storia

Il trucco (se vogliamo chiamarlo così) sta nel modo in cui la narrazione tiene insieme due piani. Da una parte c’è l’esperienza sensoriale: la natura, i colori, la meraviglia di Gita, quella percezione che trasforma il quotidiano in qualcosa di più grande. Dall’altra c’è la struttura del potere: chi comanda, chi serve, chi può permettersi di essere fragile e chi no. Gersão non separa mai questi piani, li fa vivere nello stesso respiro, e così il “magico” non diventa evasione, ma un modo per dire ciò che la realtà sociale spesso tenta di cancellare. Anche il passaggio dall’infanzia all’età adulta è trattato come un cambio di fuoco della macchina fotografica: le figure restano le stesse, ma noi iniziamo a vedere i bordi taglienti che prima la tenerezza sfumava. E quando, anni dopo, Gita desidera un futuro diverso per sé e per il paese, quella trasformazione personale si incastra con la trasformazione collettiva, senza separazioni comode.

Primo motivo per cui ci serve: l’infanzia qui non è carina, è lucidissima

Ci sono libri che usano l’infanzia come nostalgia, come filtro zuccherato. Qui no. Gita è meraviglia, sì, ma è anche uno sguardo che taglia. Proprio perché non ha ancora le parole “giuste” per definire il razzismo o la soggezione, lo vede in forma pura, come qualcosa che stona nel paesaggio. E noi, seguendola, ci ritroviamo a riconoscere quanto spesso anche da adulti impariamo a non vedere per comodità.

Secondo motivo: Amélia è scomoda e quindi necessaria

Amélia non è costruita per farci tifare. È amara, insofferente, spesso ingiusta. Ma è anche la prova narrativa che il dolore non rende automaticamente buoni, e che la frustrazione può diventare violenza emotiva quando non trova via d’uscita. La sua ostilità verso Lóia e verso la figlia non nasce dal nulla: dietro c’è una vita promessa e poi negata, un matrimonio per procura che suona già come un contratto sbagliato, una libertà immaginata e mai arrivata. Leggerla è fastidioso nel modo giusto: ci impedisce di semplificare.

Terzo motivo: Lóia è il cuore morale del libro, ma senza santini

Lóia potrebbe diventare facilmente “la figura buona” e stop. Invece è presenza concreta, fatta di gesti, cura, corpo, quotidianità, e proprio per questo diventa politicamente esplosiva: il suo legame con Gita manda in crisi l’ordine domestico e l’ordine coloniale insieme. È una relazione che parla di amicizia e affetto, ma anche di dislivelli, di ciò che si può dire e di ciò che si può solo vivere a metà, perché il mondo intorno decide chi vale cosa.

Quarto motivo: è un romanzo sulla libertà, ma la libertà non è un poster

Quando il libro si apre al tempo storico e al desiderio di un futuro diverso, non ci regala una liberazione “facile”. Ci mostra piuttosto come l’indipendenza e la soggezione possano coesistere a lungo, come un paese e una persona possano cambiare forma mentre portano ancora addosso vecchie catene. È una libertà che non arriva con effetti speciali: arriva come presa di coscienza, come frizione, come scelta, e noi la sentiamo più vera proprio perché non è confezionata.

Quinto motivo: la traduzione si sente, nel senso migliore

Questo è uno di quei casi in cui la traduzione non è invisibile, è buona e quindi percepibile come cura. Sapere che il testo arriva in italiano grazie al lavoro di Chiara Rodella aggiunge un livello interessante: la lingua mantiene un tono poetico e preciso, capace di sostenere immagini e pensieri senza diventare nebulosa. E quando un romanzo vive di atmosfera, ritmo e sfumature emotive, questa cosa conta tantissimo, perché è lì che si decide se restiamo “fuori” o se entriamo davvero.

A chi lo consigliamo (e quando): la stagione perfetta è quella in cui vogliamo andare a fondo

Noi lo mettiamo nella categoria dei libri da leggere quando abbiamo voglia di una storia che ci sposti di qualche millimetro, che è poco ma è tutto: il millimetro in cui smettiamo di giudicare in fretta, il millimetro in cui riconosciamo come certe dinamiche familiari siano anche dinamiche politiche, il millimetro in cui la bellezza del paesaggio non cancella la violenza della storia. Se stiamo cercando un romanzo “da trama” nel senso più classico, qui rischiamo di perderci; se invece vogliamo una narrazione che mescola infanzia e maturità, amicizia e razzismo, sogni e realtà, allora L’albero delle parole è il tipo di lettura che ci ripaga con interessi. E sì, nelle settimane fredde funziona ancora meglio: fuori si fa buio presto, dentro ci serve una luce che non sia finta.


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