
Matt Damon è Ulisse in The Odyssey di Christopher Nolan. Foto di scena ufficiale: Melinda Sue Gordon / © Universal Pictures / Courtesy Everett Collection.
L’Odissea di Christopher Nolan: la recensione dell’epopea onirica tra mito, Fellini e Star Wars
La recensione de L’Odissea di Christopher Nolan (Voto: 9/10): un’analisi approfondita del kolossal in IMAX 70mm, tra pattern onirico felliniano, suggestioni lucassiane, una straordinaria Penelope e la redenzione virgiliana di Ulisse.
L’Odissea di Christopher Nolan: la recensione dell’epopea onirica tra mito, Fellini e Star Wars
La recensione de L’Odissea di Christopher Nolan (Voto: 9/10): un’analisi approfondita del kolossal in IMAX 70mm, tra pattern onirico felliniano, suggestioni lucassiane, una straordinaria Penelope e la redenzione…
Adattare il poema fondativo della civiltà occidentale senza soccombere alla pedanteria filologica o alla trappola del kolossal illustrativo è un’impresa che pochissimi cineasti contemporanei avrebbero potuto anche solo concepire. Con L’Odissea (The Odyssey), co-prodotto da Syncopy e portato nelle sale mondiali da Universal Pictures dopo una titanica lavorazione interamente realizzata con cineprese IMAX® 70mm, Christopher Nolan compie un gesto teorico, visivo ed emotivo di proporzioni straordinarie. Non siamo di fronte a una semplice trasposizione del testo omerico, ma alla definitiva consacrazione del pattern onirico e temporale che attraversa tutta la filmografia del regista britannico, trasformando il ritorno a Itaca in una riflessione monumentale sulle anime perse nel cosmo, sulla memoria e sulla redenzione.

Scheda Tecnica & Produzione
- Titolo originale: The Odyssey
- Regia & Sceneggiatura: Christopher Nolan (dall’epica di Omero)
- Produttori: Emma Thomas, Christopher Nolan (Syncopy)
- Distribuzione: Universal Pictures
- Cast Principale: Matt Damon (Ulisse), Anne Hathaway (Penelope), Tom Holland (Telemaco), Robert Pattinson (Antinoo), Zendaya (Atena), Charlize Theron (Calipso), Lupita Nyong’o (Elena / Clitemnestra), Benny Safdie (Agamennone), Samantha Morton (Circe), Jon Bernthal (Menelao), Elliot Page (Sinone)
- Direzione della Fotografia: Hoyte van Hoytema (girato nativamente in pellicola IMAX® 70mm)
- Montaggio: Jennifer Lame
- Colonna Sonora: Ludwig Göransson
- Scenografia & Costumi: Ruth De Jong, Ellen Mirojnick
- Durata & Formati: 178 minuti | IMAX 70mm nativo (Aspect Ratio 1.43:1 / 2.20:1)
Recensione
Oltre la filologia: il topos delle anime perse e la vertigine felliniana
Chi sceglie di avvicinarsi a L’Odissea di Nolan armato della lente inflessibile del filologo o del classicista accademico rischia di mancare completamente il bersaglio. Nolan non è interessato a una ricostruzione museale né alla mimesi didascalica dei versi omerici. Il film dichiara fin dalle prime battute l’amore totale e viscerale del suo autore per uno dei grandi archetipi dell’umanità: il topos delle anime perse nel mondo, figure erranti e frammentate, sospese tra dovere, solitudine e l’ossessione del ritorno.
In questo senso, l’opera si configura come un sorprendente omaggio alla poetica di Federico Fellini, rivelando una passione mai così esplicita per il sogno, per la memoria liquida e per l’onirico come sola realtà tangibile. Lungo l’intero arco della narrazione si insinua un’ipotesi vertiginosa e perturbante: e se Ulisse avesse sognato tutto l’itinerario marino, naufragio dopo naufragio, mentre si trovava disteso e inerte sulle sponde solitarie di Ogigia accanto a Calipso (Charlize Theron)? Il mare non è più soltanto uno spazio geografico, ma un abisso interiore, un flusso amniotico dove mostri, divinità e tentazioni diventano le proiezioni psicologiche di un uomo che rifiuta di confrontarsi con il proprio trauma.

Questa impostazione ricollega L’Odissea alle vette della cinematografia nolaniana, ponendosi come l’ideale punto di convergenza tra due capolavori cardine: da una parte il labirinto mentale e la discesa nei livelli dell’inconscio di Inception; dall’altra la gravitazione affettiva, il richiamo lacerante della casa e della famiglia attraverso lo spazio e il tempo di Interstellar.
L’insegnamento di George Lucas: l’incipit, Star Wars e la dialettica della guerra
Se Fellini custodisce il cuore onirico del film, è a George Lucas e alla grande epica fantascientifica che Nolan guarda per la costruzione delle dinamiche narrative, dei personaggi e del viaggio. Questo legame è programmatico a partire dall’incipit folgorante che apre il film: la frase «A time of apparent magic». Come confermato dal regista, si tratta di una dichiarazione di intenti esplicita, l’equivalente arcaico del celebre «A long time ago in a galaxy far, far away» di Star Wars. Nolan definisce un mondo in cui il prodigio non è sovrannaturale da fantasy convenzionale, ma la percezione autentica e misteriosa che gli uomini dell’Età del Bronzo avevano dell’ignoto.
L’insegnamento lucassiano si riflette in modo potente nella messa in scena:
- Il combat style: lo scontro corpo a corpo di Ulisse e di Telemaco (un tesissimo e vibrante Tom Holland) abbandona ogni spettacolarizzazione hollywoodiana per adottare uno stile coreografico asciutto, tellurico e chirurgico, che evoca l’intensità drammatica dei duelli lucassiani pur mantenendo il peso brutale del bronzo, della terra e del sangue.
- La dinastia spezzata: la complessità di una famiglia frantumata dal fato e dalla distanza, dove la ricerca del padre diventa il percorso formativo del figlio per comprendere il proprio posto nel mondo.
- Agamennone come un Darth Vader omerico: interpretato da un titanico Benny Safdie, il sovrano miceneo si staglia come una figura oscura, minacciosa e corrotta dal potere, la cui brama espansionistica minaccia l’autonomia e la stabilità della repubblica delle poleis greche.
- Il bilanciamento tra luce e ombra: la costante consapevolezza che ogni vittoria bellica porta con sé il germe della decadenza morale, ponendo lo spettatore di fronte all’interrogativo fondamentale: le guerre sono mai state necessarie, o sono solo la perpetuazione di una tenebra interiore?

Penelope e Antinoo: la tela del telaio come personaggio drammaturgico
Uno dei traguardi più alti della sceneggiatura risiede nella straordinaria riscrittura di Penelope, affidata a un’Anne Hathaway in stato di grazia. Nolan spazza via secoli di convenzioni che hanno ridotto la regina di Itaca a una figura passiva e immobile, lasciata per vent’anni a guardare un trono vacante. La sua Penelope è una Donna complessa, autonoma, una stratega politica dotata di una lucidità spietata, custode di uno spazio mentale inaccessibile ai Proci.
Questa visione si sublima in una delle sequenze più alte del cinema di Nolan: il lungo confronto verbale e psicologico tra Penelope e Antinoo (un magnetico, insidioso e mellifluo Robert Pattinson). In questa scena, la tela del telaio diventa essa stessa un personaggio vivente. La macchina da presa di Hoyte van Hoytema si muove tra gli orditi; i fili e le trame tessili si insinuano lentamente nell’inquadratura, tagliando la composizione visiva e materializzando la rete sottile e pericolosa in cui i due protagonisti si sfidano, attraversando i confini invisibili tra passione repressa, calcolo machiavellico, moralità e saggezza ancestrale.

Ulisse verso il «pius» Enea: la redenzione e la sacralità del talamo
L’Ulisse plasmato da Matt Damon compie una mutazione filosofica radicale. Nolan lo spoglia del cinismo predatorio e dell’astuzia ingannevole della tradizione omerica più truce per avvicinarlo alla statura etica e spirituale del «pius» Enea virgiliano. L’Odisseo nolaniano è un veterano segnato dal disturbo post-traumatico, un uomo schiacciato dal rimorso per gli orrori di Troia la cui unica vera spinta non è la gloria immortale, ma un disperato bisogno di conversione e redenzione: trasformarsi da implacabile uomo di guerra a uomo di pace, padre e custode del focolare.
Questa parabola interiore è raccontata visivamente dal magistrale color grading e dalla tessitura luminosa del film:
- Il limbo marino e l’illusione: l’itinerario del viaggio e dello smarrimento è immerso in tonalità plumbee, fredde, desaturate e quasi monocromatiche, restituendo il senso di alienazione e solitudine di un’anima alla deriva;
- Il ritorno e la memoria: i flashback domestici e la sequenza culminante del ritorno a Itaca esplodono invece nel calore dorato, materico e profondo del talamo familiare, restituendo al letto intagliato nell’ulivo secolare una sacralità tattile, emotiva e simbolica.

Piani narrativi a layer: la polifonia della memoria senza demiurgo
Sul piano puramente linguistico e strutturale, L’Odissea sfoggia la quintessenza dello stile nolaniano attraverso un montaggio a layer concentrici curato da Jennifer Lame. La narrazione rifiuta la cronologia progressiva: i piani temporali si sovrappongono e si rispondono a specchio. La grandezza dell’operazione sta nel fatto che a raccontare la storia non è la voce esterna e rassicurante di un demiurgo onnisciente, ma sono gli stessi protagonisti che, attraverso il filtro contraddittorio e fragile della propria memoria, devono indagare, confessare e ricomporre la verità dei loro vissuti.
A sostenere questa monumentale architettura è la partitura sonora di Ludwig Göransson, che mescola strumenti a fiato della Grecia arcaica, percussioni telluriche in tempo dispari e onde sub-foniche di sintetizzatore analogico, conferendo al respiro del mare e alla furia degli eventi un’eco ancestrale e modernissima al tempo stesso.
Verdetto Shifts!
L’Odissea di Christopher Nolan è un’opera totale, matura e travolgente. Sfidando le convenzioni del cinema contemporaneo con l’ausilio dell’IMAX 70mm, Nolan realizza un kolossal d’autore capace di dialogare con la psicanalisi, con il sogno felliniano e con la grande epica di George Lucas. Un film che ridefinisce il mito classico attraverso una regia magistrale, interpretazioni memorabili e una commovente riflessione sul valore della redenzione e del ritorno a casa.
9 / 10 (Eccellente)
