
Queen Symphony a Benevento — foto Shifts! Magazine.
Siamo stati al concerto Queen Symphony dell’orchestra filarmonica di Benevento
Siamo stati a Queen Symphony al Teatro Romano di Benevento: orchestra, coro e un duetto travolgente su Somebody to Love che ci ha conquistati.
Siamo stati al concerto Queen Symphony dell’orchestra filarmonica di Benevento
Siamo stati a Queen Symphony al Teatro Romano di Benevento: orchestra, coro e un duetto travolgente su Somebody to Love che ci ha conquistati.
Ci sono serate in cui basta guardare il palco prima ancora che inizi la musica per capire che non assisteremo a un concerto qualunque. Al Teatro Romano di Benevento le sedie dell’orchestra occupavano lo spazio con una presenza quasi scenografica, il coro aspettava alle spalle dei musicisti e le antiche strutture in pietra cambiavano colore sotto i fari. Noi eravamo lì, immersi in quell’attesa elettrica che si crea quando un repertorio conosciuto da tutti sta per essere rimesso in gioco davanti a un pubblico vero.

Queen Symphony ha riunito l’Orchestra Filarmonica di Benevento e il Simply Singers Choir in una rilettura sinfonica e corale dell’universo dei Queen. La serata, diretta da Letizia Vennarini, ha visto Leonardo De Stasio alla voce e gli arrangiamenti curati da Alessandro Verrillo. Sulla carta poteva sembrare un incontro tra due linguaggi molto diversi; dal vivo, invece, rock e orchestra hanno trovato un terreno comune fatto di ritmo, tensione e una quantità sorprendente di energia.
Il Teatro Romano come parte della musica
Il Teatro Romano non è stato un semplice contenitore. Le torri illuminate, le gradinate piene e il palco esteso per accogliere archi, fiati, percussioni, band e coro hanno costruito un’immagine potente, quasi cinematografica. Ogni cambio di luce modificava la percezione dello spazio: il blu rendeva la pietra più profonda, il rosso la faceva sembrare viva, il verde allargava la scena fino a inglobare il pubblico.
Guardando l’insieme, la cosa che ci ha colpiti è stata la dimensione collettiva dello spettacolo. Non c’era soltanto la nostalgia per brani che fanno parte della memoria popolare, ma il piacere di sentirli respirare attraverso decine di strumenti e voci. La batteria e le chitarre davano la spinta, mentre gli archi allungavano le emozioni e gli ottoni aggiungevano quella grandezza quasi teatrale che associamo alle composizioni dei Queen.
Una scaletta tra energia e momenti più intimi
La serata ha attraversato anime molto diverse del repertorio dei Queen. I Want It All ha portato sul palco la parte più diretta e combattiva della band, mentre Crazy Little Thing Called Love ha alleggerito l’atmosfera con il suo passo rock’n’roll. In Another One Bites the Dust, invece, il centro emotivo si è spostato sul ritmo e su quella linea pulsante che rende il brano riconoscibile fin dalle prime battute.
Il progetto sinfonico ha funzionato proprio perché non ha cercato di uniformare canzoni così differenti. Gli arrangiamenti hanno lasciato emergere il carattere di ciascun brano, usando l’orchestra per ampliare il suono senza cancellare la spinta della band. Il passaggio da una scrittura più muscolare a una più leggera ha dato movimento alla serata e ha evitato l’effetto di una semplice successione di cover.
Uno dei momenti più delicati è arrivato con Love of My Life, proposto come duetto al femminile. La scelta delle due voci ha cambiato la prospettiva del brano senza tradirne l’intimità: non una gara di potenza, ma un dialogo più raccolto, capace di mettere al centro la melodia e la fragilità del testo.
We Will Rock You e Radio Ga Ga hanno riportato in primo piano la dimensione collettiva dei Queen. Sono canzoni costruite per superare il confine del palco e coinvolgere chi ascolta; dentro il Teatro Romano, con orchestra, coro e band riuniti, questa vocazione è apparsa ancora più evidente. La scaletta non si è limitata a celebrare successi conosciuti, ma li ha fatti convivere in un unico racconto sonoro.
Somebody to Love, il momento che ci è rimasto addosso
Il passaggio che più di tutti ci ha conquistati è stato Somebody to Love. È un brano che vive di slancio vocale, di incastri e di una richiesta emotiva che può facilmente diventare retorica quando viene spinta troppo. Qui è successo il contrario: il duetto ha trovato una misura intensa e fisica, con due voci capaci di cercarsi, rispondersi e poi salire insieme.
Abbiamo percepito l’entusiasmo non soltanto nella potenza dei cantanti, ma nel modo in cui le loro timbriche si completavano. Una voce apriva lo spazio, l’altra lo attraversava; una sosteneva la frase, l’altra la rilanciava. Quando sono arrivate a sovrapporsi, l’orchestra e il coro hanno trasformato il ritornello in un’onda. È stato uno di quei momenti in cui smettiamo di analizzare l’esecuzione e ci lasciamo portare, perché il suono funziona prima ancora che riusciamo a spiegarne il motivo.

Dal nostro posto vedevamo i due vocalist muoversi ai lati del palco, mentre il violoncello e gli altri archi restavano saldamente al centro della scena musicale. Questa distanza visiva rendeva ancora più interessante il dialogo tra le voci: sembravano chiamarsi da due punti diversi e incontrarsi sopra l’orchestra. Il pubblico ha reagito subito, riconoscendo il brano e accompagnandone l’energia con un coinvolgimento crescente.
Un’orchestra giovane che non ha paura di cambiare linguaggio
L’Orchestra Filarmonica di Benevento nasce nel 2014 dall’iniziativa di giovani musicisti sanniti. Nel tempo ha costruito stagioni concertistiche, progetti formativi e collaborazioni con personalità di rilievo, mantenendo una forte attenzione verso le nuove generazioni. Questa identità si è sentita anche durante Queen Symphony, perché affrontare un repertorio rock con una formazione ampia richiede precisione, ma anche disponibilità a uscire dalla rigidità.
La direzione ha tenuto insieme molte forze diverse senza farle sembrare compartimenti separati. Il coro non era una cornice, la band non era un’aggiunta decorativa e l’orchestra non si limitava a rendere i brani più solenni. Ogni componente aveva una funzione precisa nel costruire dinamiche, pause e accelerazioni. Gli arrangiamenti hanno lavorato proprio su questo equilibrio, lasciando riconoscibili le canzoni e dando loro una scala più ampia.

La band, il motore rock accanto all’orchestra
Accanto all’orchestra, la band ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere riconoscibile l’identità rock dei brani. Chitarre, basso, batteria e tastiere non si sono limitati ad accompagnare gli archi o a riempire gli spazi tra un intervento sinfonico e l’altro: hanno costruito la base ritmica sulla quale orchestra e coro potevano muoversi con libertà.
È proprio in questo equilibrio che il progetto ha trovato la sua forza. La band sosteneva l’attacco e il groove di pezzi come I Want It All e Another One Bites the Dust, mentre l’orchestra ampliava profondità, tensione e colore. In Crazy Little Thing Called Love il sostegno diventava più agile; nei passaggi più solenni, invece, lasciava spazio alla massa degli archi e alle aperture del coro senza perdere energia.

Il rapporto tra le due formazioni non è sembrato quello tra un elemento principale e uno di contorno. La band dava all’orchestra un appoggio concreto e contemporaneo; l’orchestra restituiva alla band una scala più ampia. Anche nei momenti più affollati, con molte sezioni attive contemporaneamente, il dialogo rimaneva leggibile: il rock conservava il proprio impulso e la scrittura sinfonica poteva espandersi senza appesantirlo.
Quando il pubblico diventa parte dello spettacolo
Verso la parte finale della serata, le gradinate si sono accese con le luci degli smartphone. Da un lato il palco, immerso nel blu e nel rosso; dall’altro centinaia di piccoli punti bianchi, come una risposta spontanea alla musica. È una scena che abbiamo visto tante volte ai concerti, ma dentro un teatro antico assume un peso diverso: il gesto contemporaneo del telefono alzato entra in dialogo con uno spazio che ha attraversato secoli.

In quel momento non stavamo più guardando soltanto l’orchestra. Stavamo guardando anche il pubblico che guardava, cantava e illuminava. La serata ha trovato così la sua immagine più chiara: una comunità temporanea costruita intorno a canzoni note, riscritte per un organico enorme e restituite con una nuova intensità.
Quello che ci portiamo via
Siamo usciti dal Teatro Romano con la sensazione di aver assistito a un progetto ambizioso, ma soprattutto generoso. Queen Symphony non ha chiesto al pubblico di scegliere tra il rock e la musica sinfonica; ha mostrato quanto possano sostenersi a vicenda quando l’arrangiamento rispetta il carattere delle canzoni e l’esecuzione mantiene viva la loro urgenza.
Tra le immagini della grande orchestra illuminata, il coro in piedi sulle gradinate del palco e le rovine colorate dai fari, il ricordo più forte resta quello di Somebody to Love. Quel duetto, con le voci lanciate una verso l’altra e poi unite sopra l’orchestra, ha reso evidente il senso dell’intera serata: prendere qualcosa che conosciamo già e farcelo sentire di nuovo, come se fosse la prima volta.
Materiale stampa disponibile pubblicamente tramite il comunicato stampa di Orchestra Filarmonica di Benevento.

