
Copertina generata per le notizie di spettacolo del 2026-09-14. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.
Don Giovanni come dichiarazione: la Royal Opera apre il 2026-27 con il revival di Holten e Montanari al podio
La Royal Opera ha fissato l’apertura della propria stagione 2026-27: il 11 settembre il Covent Garden si accenderà con Don Giovanni , affidato alla…
Don Giovanni come dichiarazione: la Royal Opera apre il 2026-27 con il revival di Holten e Montanari al podio
La Royal Opera ha fissato l'apertura della propria stagione 2026-27: il 11 settembre il Covent Garden si accenderà con Don Giovanni , affidato alla…
La Royal Opera ha fissato l’apertura della propria stagione 2026-27: il 11 settembre il Covent Garden si accenderà con Don Giovanni, affidato alla produzione di Kasper Holten e al podio di Stefano Montanari. Non è una prima assoluta, non è un allestimento nuovo: è il ritorno della regia danese originariamente concepita nel 2014, riproposta come atto fondativo di un intero ciclo di rappresentazioni. Una scelta che, nella grammatica del teatro lirico, dice molto più di quanto si possa leggere in una semplice riga di cartellone.
Il revival come posizione estetica
In un’industria in cui il costo di una produzione nuova di un’opera mozartiana può superare i milioni di sterline e la pressione per il rinnovamento costante è strutturale, scegliere un revival per l’apertura di stagione non è un gesto di risparmio. È un’affermazione curatoriale. Significa che la direzione artistica della Royal Opera ha valutato la produzione di Holten non come un asset da archiviare, ma come un testo scenico ancora capace di generare significato in dialogo con un nuovo direttore d’orchestra. Il fatto che la regia risalgia al 2014 e venga riproposta undici anni dopo, con un cast e una lettura musicale presumibilmente diversi, trasforma il revival in un atto di rilettura: la stessa partitura, lo stesso impianto scenico, ma una nuova tensione interpretativa che passa attraverso il gesto di Montanari.
Questa logica non è marginale nel panorama lirico europeo. Le grandi istituzioni — dalla Staatsoper di Berlino alla Scala di Milano — programmano periodicamente revival di produzioni consolidate accanto a commissioni nuove, e la proporzion tra i due tipi di evento è un indicatore preciso della strategia artistica di una casa. Aprire con un revival significa, in termini pratici, che la produzione esiste già, è stata testata sul palcoscenico, ha una storia di pubblico e di critica alle spalle. Il rischio produttivo è ridotto, ma la posta in gioco interpretativa non diminuisce: si tratta di dimostrare che l’allestimento non è un relitto, che la visione del regista sopravvive al tempo senza fossilizzarsi.
Don Giovanni e il peso di un’opera che non smette di interrogare
Pochi titoli del repertorio operistico concentrano su di sé la stessa densità di letture quanto Don Giovanni. Scritta da Mozart nel 1787, l’opera si muove in un territorio che la tradizione lirica non aveva ancora esplorato con quella lucidità: il seduttore come figura che incarna una libertà radicale, la cui punizione finale non è morale ma ontologica. Il commiato del Don Giovanni alla statua del Commendatore — «Che sdegno! Or via, non ho paura» — resta uno dei momenti di resistenza più citati del teatro musicale, e ogni nuova produzione deve confrontarsi con la domanda di che cosa significhi, nel presente, rappresentare quell’ostinazione.
La scelta di affidare l’apertura a questo titolo, e non a una commedia brillante o a un’opera più immediatamente celebrativa, segna una posizione. La Royal Opera dichiara, con il cartellone, che la stagione 2026-27 si apre su un’interrogazione etica e formale, non su un intrattenimento. È un’operazione di posizionamento culturale che trascende il singolo titolo e riguarda l’immagine che l’istituzione proietta sul pubblico e sulla critica: quella di una casa che apre il proprio ciclo con la complessità, non con la facilità.
Montanari e la dimensione italiana del podio
Stefano Montanari assume la bacchetta per questa rappresentazione, e la sua presenza al Covent Garden introduce una continuità significativa con la tradizione italiana dell’interpretazione mozartiana. La conduzione di un’opera come Don Giovanni richiede una capacità specifica: tenere insieme la leggerezza apparente della superficie buffa e la tensione tragica che la sottende, gestire i tempi del dialogo tra le voci e l’orchestra senza che l’una soffochi l’altra. Il fatto che Montanari sia chiamato a dirigere un revival — e non a inaugurare una produzione ex novo — implica un lavoro di dialogo stretto con la regia esistente: la partitura va calata dentro uno spazio scenico già definito, con le sue logiche di tempo e di immagine. È un’operazione diversa, e in alcuni sensi più vincolante, rispetto a una prima.
Nel contesto più ampio della stagione lirica londinese 2026-27, l’apertura della Royal Opera con Don Giovanni si inserisce in un calendario che, come da tradizione, vedrà le principali case della città — Royal Opera, English National Opera, Glyndebourne in residenza — presentare i propri cicli autunnali. La scelta di un titolo mozartiano per l’inaugurazione è coerente con la storia del Covent Garden, dove le opere del salisburghese hanno occupato una posizione centrale nel repertorio e nella programmazione sin dalle origini dell’istituzione.
Il 11 settembre, quando le luci del Covent Garden si accenderanno per la prima volta sulla produzione di Holten in questa nuova stagione, il gesto sarà duplice: una rilettura di un testo che ha quasi due secoli e mezzo alle spalle, e una dichiarazione di intenti per i mesi a venire. Non serve una nuova scenografia per dire che un’opera è ancora viva. A volte basta un direttore, un pubblico e la volontà di riascoltare.
