News del giorno - Categoria cinema (2026-09-07); immagine generata con intelligenza artificiale

Copertina generata per le notizie di cinema del 2026-09-07. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.

Nathan Fielder trasforma Elizabeth Holmes in materia documentaria: ‘You Can See Everything’ al Telluride per A24

Nel pomeriggio del 7 settembre 2026, Nathan Fielder ha pubblicato il trailer di You Can See Everything , un documentario sulla figura di Elizabeth Holmes…

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Nathan Fielder trasforma Elizabeth Holmes in materia documentaria: ‘You Can See Everything’ al Telluride per A24

Nel pomeriggio del 7 settembre 2026, Nathan Fielder ha pubblicato il trailer di You Can See Everything , un documentario sulla figura di Elizabeth Holmes…

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Nel pomeriggio del 7 settembre 2026, Nathan Fielder ha pubblicato il trailer di You Can See Everything, un documentario sulla figura di Elizabeth Holmes che A24 porterà al Telluride Film Festival. Variety, che per prima ha dato conto della release, lo ha definito un progetto «segreto» e ha descritto il trailer come «weird»: aggettivo che, nel lessico di chi segue la traiettoria di Fielder, non è un giudizio ma una coordinate di lettura. Il film si inserisce in un momento in cui il documentario americano sta attraversando una crisi di forma, e la scelta di affidare a un autore di performance la storia di una donna che ha costruito un’intera realtà fittizia pone domande che il genere non ha ancora imparato a porsi.

Il paradosso della performance come metodo

Fielder è noto per un lavoro in cui la linea tra finzione e realtà non è un effetto ma una struttura: i suoi sketch, i suoi monologhi, le sue interazioni con sconosciuti funzionano come esperimenti etici in cui lo spettatore non sa mai se sta guardando un personaggio o un uomo. Trasporre questo strumento su una figura come Elizabeth Holmes — fondatrice di Theranos, la startup che ha promesso diagnostiche rivoluzionarie con una tecnologia che non esisteva — significa confrontarsi con un paradosso specifico: la sua «vittima» è, in un certo senso, l’ultima performer. Holmes non ha solo mentito; ha costruito un linguaggio corporeo, un registro vocale, un’estetica di credibilità che funzionava come un atto scenico. Rappresentarla in documentario senza ripetere la sua grammatica della seduzione, o senza cedere alla tentazione di smascherarla con i codici della cronaca giudiziaria, è la sfida formale che You Can See Everything si trova ad affrontare.

A24, Telluride e la geografia del cinema d’autore

La distribuzione A24 e la collocazione al Telluride non sono dettagli di marketing: definiscono il perimetro critico in cui il film verrà letto. A24, con la sua storia di co-produzioni a basso budget e alta ambizione visiva, ha costruito un marchio che funziona come garanzia di autore. Telluride, con la sua programmazione selettiva e il pubblico di addetti ai lavori che si concentra nei primi giorni di settembre, è il luogo in cui un documentario può ancora essere discusso come opera prima della sua uscita commerciale. La combinazione suggerisce che You Can See Everything non è pensato come un prodotto di intrattenimento informativo, ma come un oggetto di forma: qualcosa che il pubblico del festival dovrà decifrare prima di poterlo giudicare per contenuto.

Il trailer «weird» come dichiarazione di intenti

La qualificazione «weird» che Variety attribuisce al trailer non è casuale. In un mercato in cui i trailer di documentari seguono una formula riconoscibile — interviste in primo piano, immagini d’archivio, una voce fuori campo che inquadra il conflitto — un trailer che si discosta da quella grammatica segnala che il film stesso rifiuta la struttura espositiva classica. Fielder ha costruito la sua carriera su premesse antinarrative: situazioni che non risolvono, personaggi che non si spiegano, silenzi che non vengono colmati. Se You Can See Everything mantiene questa logica, il documentario su Holmes non sarà un racconto di come una donna abbia ingannato il mondo, ma un’indagine su come l’inganno funzioni come forma espressiva, e su cosa resti quando si toglie la performance al suo soggetto.

Perché questa storia conta nel discorso sul cinema documentario

Il documentario americano degli ultimi anni ha oscillato tra due poli: il formato «true crime» che trasforma ogni figura in un colpevole da processare, e il ritratto intimista che cerca l’umanità dietro il fatto. Fielder, con il suo background nel comedy e nella performance art, occupa uno spazio che entrambi lasciano vuoto: quello dell’ambiguità strutturale, in cui lo spettatore non sa se il soggetto sta recitando o se il regista sta costruendo una scena. In un momento in cui la distinzione tra documento e rappresentazione è diventata il nodo centrale del dibattito sul cinema — dall’uso dell’intelligenza artificiale nella ricostruzione visiva alla questione della «verità» nelle testimonianze filmate — un film che mette al centro una donna la cui intera carriera è stata un atto di rappresentazione falsa offre un caso di studio che nessun altro formato potrebbe fornire. You Can See Everything non racconta Elizabeth Holmes: la mette in scena un’altra volta, e chiede allo spettatore di decidere se sta guardando la donna o il suo personaggio. La risposta, probabilmente, è che non c’è differenza. E questa è la domanda più difficile che un documentario possa porre.


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