News del giorno - Categoria cultura (2026-09-16); immagine generata con intelligenza artificiale

Copertina generata per le notizie di cultura del 2026-09-16. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.

Il filmato dello studio di Milgram sull’obbedienza: perché un esperimento del 1961 continua a interrogare

Open Culture pubblica il filmato dello studio di Milgram sull’obbedienza (1961): l’esperimento che ha posto una domanda scomoda sulla natura dell’autorità e…

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Il filmato dello studio di Milgram sull’obbedienza: perché un esperimento del 1961 continua a interrogare

Open Culture pubblica il filmato dello studio di Milgram sull'obbedienza (1961): l'esperimento che ha posto una domanda scomoda sulla natura dell'autorità e…

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Il 16 settembre 2026 Open Culture rende disponibile il filmato dello studio di Milgram sull’obbedienza, l’esperimento psicologico condotto nel 1961 che, secondo la testata, «ha sbalordito il mondo». Non si tratta di una ricostruzione digitale né di un documentario realizzato a posteriori: è materiale d’archivio, immagine grezza di una sessione di ricerca, che torna in circolo a distanza di sessantacinque anni. Il fatto che un filmato del genere venga pubblicato e discusso oggi, in un momento in cui il dibattito pubblico su autorità, conformità e responsabilità individuale non accenna a rallentare, ne fa molto più di una curiosità storiografica.

La domanda che ha fondato la ricerca

Il punto di partenza dello studio, come lo stesso Open Culture lo inquadra, è una questione che la psicologia del dopoguerra si trovò ad affrontare con urgenza: come hanno fatto le persone a impegnarsi in un’eliminazione volontaria e sistematica dei propri vicini? La domanda non è retorica. È il nucleo epistemico di un’intera linea di ricerca nata nel momento in cui la psicologia, arrivata a metà del Novecento a essere una scienza «rispettata a malincuore», voleva rispondere con metodo a ciò che la filosofia e la teologia avevano lasciato sospeso. I psicologi erano «eager to tackle the question», come si legge nella presentazione del materiale: non si trattava di confermare un pregiudizio, ma di costruire un dispositivo sperimentale capace di isolare la variabile dell’obbedienza al comando legittimo e misurarne l’effetto sul comportamento individuale.

La forza di quello studio del 1961 non sta tanto nei risultati numerici — che la letteratura successiva ha ampiamente discusso e contestato — quanto nella domanda stessa, formulata in un linguaggio che non ammette deviazioni. «Willing and systematic» non sono aggettivi decorativi: indicano un’adesione attiva, ripetuta, metodica. Non è l’obbedienza del soldato che esegue un ordine in un istante di panico; è l’obbedienza che si rinnova, che si incorpora nel gesto, che diventa prassi. È proprio questa dimensione processuale, e non l’evento singolo, che il filmato restituisce con una immediatezza che nessun resoconto scritto può eguagliare.

Il peso dell’immagine d’archivio

Pubblicare un filmato di una sessione sperimentale ha un’efficacia che trascende l’informazione. L’immagine fissa il corpo nello spazio, la postura, il tempo di esitazione, il rapporto fisico tra chi comanda e chi esegue. In un’epoca in cui la maggior parte del dibattito pubblico si svolge attraverso testi, grafici e dichiarazioni, il ritorno di un materiale visivo grezzo — non curato, non incorniciato da una narrazione editoriale — produce un cortocircuito percettivo. Lo spettatore non legge una conclusione: osserva un gesto. E il gesto, nel caso specifico, è quello di chi esegue un comando che la propria coscienza, in assenza di quel comando, avrebbe probabilmente rifiutato.

Ciò che rende il filmato del 1961 ancora oggi «sconvolgente» — e non solo per chi non lo conosceva — è che non invecchia. La struttura della domanda resta identica: quanto è forte la pressione di un’autorità percepita come legittima rispetto alla resistenza dell’individuo? In un contesto in cui le gerarchie si sono trasformate — da quelle militari e burocratiche a quelle algoritmiche, istituzionali, digitali — il principio sottostante non si è dissolto. Si è semplicemente spostato di scala. Il filmato, in questo senso, funziona come uno specchio che non riflette il 1961, ma il presente in cui lo si guarda.

Perché conta ora

La pubblicazione di questo materiale da parte di Open Culture, piattaforma che da anni raccoglie e rende accessibili risorse culturali e scientifiche, inserisce lo studio in un circuito di fruizione che va oltre l’ambito accademico. Non è più un riferimento citato in un manuale di psicologia sociale: è un oggetto che si guarda, si condivide, si commenta. E in questa circolazione risiede il suo valore culturale più ampio: trasforma un esperimento in un luogo comune condiviso, in una grammatica della responsabilità individuale che il linguaggio pubblico continua a richiamare — «stai facendo il Milgram», «è una situazione Milgram» — spesso senza che chi parla ne conosca il contenuto specifico.

Il filmato del 1961, sessantacinque anni dopo, non offre risposte. Offre la domanda nella sua forma più nuda, senza il filtro della rielaborazione teorica. E in un’epoca in cui le domande sulla conformità, sulla pressione istituzionale, sulla distanza tra coscienza e azione tornano con una forza che non ha precedenti nella memoria recente, quella nudità è forse la cosa più utile che un archivio possa restituire.


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