
Copertina generata per le notizie di cinema del 2026-09-04. Immagine generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione illustrativa, non fotografia documentaria.
Foglietta e Rohrwacher senza armature: A Common Story apre la sua prima soglia a Venezia
Variety pubblica il trailer di A Common Story, il dramma con Anna Foglietta e Alba Rohrwacher in concorso a Venezia 2026. Un film sull’autenticità.
Foglietta e Rohrwacher senza armature: A Common Story apre la sua prima soglia a Venezia
Variety pubblica il trailer di A Common Story, il dramma con Anna Foglietta e Alba Rohrwacher in concorso a Venezia 2026. Un film sull'autenticità.
Il trailer è online e segna il primo contatto pubblico con A Common Story, il dramma che porta Anna Foglietta e Alba Rohrwacher in concorso alla Biennale di Venezia 2026. La pubblicazione esclusiva da parte di Variety, datata 4 settembre, posiziona il film nel momento esatto in cui la stagione dei festival europei entra nella sua fase più densa: quella in cui le opere in competizione iniziano a circolare non più come titoli su un programma, ma come immagini, ritmi, volti. Due attrici che hanno costruito carriere distinte, ciascuna con una grammatica espressiva riconoscibile, si trovano nello stesso quadro narrativo. Il fatto che il film arrivi a Venezia in concorso, e non in una sezione parallela o in una retrospettiva, indica una scelta di campo: la produzione lo presenta come un’opera in competizione diretta con il resto del campo, pronta a essere letta, discussa, giudicata nel suo presente.
L’autenticità come materia prima
La dichiarazione che accompagna il trailer non è una frase di marketing. «You have to have the guts to show yourself exactly as you are», dice Anna Foglietta, e in quella frase c’è l’intero impianto teorico del film. Non si tratta di una performance calibrata, di un personaggio costruito su strati di finzione: si tratta di un atto espositivo, dove il soggetto si offre alla macchina da presa nella sua interezza, senza la mediazione protettiva di un ruolo. È una posizione che nel cinema italiano ha radici profonde — dal neorealismo in poi, la faccia è sempre stata un luogo di verità prima che di narrazione — ma che nel contesto contemporaneo, saturato di immagini mediate e curate, assume una valenza quasi politica. Mostrarsi «esattamente come si è» significa rifiutare la traduzione, l’adattamento, la versione per il pubblico. Significa accettare il rischio della non-interpretazione.
La presenza di Alba Rohrwacher accanto a Foglietta moltiplica questa tensione. Rohrwacher ha attraversato il cinema degli ultimi quindici anni con una fisicità che resiste alla stilizzazione, un modo di occupare lo spazio che privilegia l’ascolto e la resistenza al gesto. Foglietta, al contrario, ha costruito la sua visibilità su una versatilità che spazia dalla commedia al dramma, con un’energia che tende verso l’esterno. Mettere queste due grammatiche nello stesso dialogo drammatico non è una scelta neutra: è un esperimento sulla possibilità che due modalità opposte di stare davanti alla camera possano generare una terza cosa, qualcosa che non è né l’una né l’altra ma la loro interferenza.
Il titolo come dichiarazione: la storia comune
A Common Story non è un titolo che promette. Non contiene un nome proprio, una data, un luogo esotico, un mistero. Contiene un aggettivo — common — che nel lessico cinematografico è quasi un’eresia, perché il cinema ha storicamente vissuto di eccezionalità: la storia rara, il personaggio unico, l’evento irripetibile. Chiamare un film «una storia comune» è affermare che il più potente non è l’eccezionale ma il ripetuto, che la forza narrativa risiede nella riconoscibilità e non nella novità. È una posizione che si colloca in continuità con una certa tradizione del cinema d’autore europeo, dove la grandezza non sta nell’evento ma nella capacità di dare forma al quotidiano, di trovare nel gesto minimo la sua architettura.
Il fatto che il film arrivi a Venezia in un momento in cui la Biennale si sta ridefinendo — tra la ricerca di un linguaggio che parli a un pubblico internazionale e la volontà di mantenere una vocazione autoriale — aggiunge un livello di lettura. A Common Story non è un film che chiede di essere spiegato, che si giustifica con un contesto o una citazione. È un film che dice: questa è una storia, è comune, e la sua comune è la sua forza. In un’era in cui la cultura visiva è dominata da franchise, sequel, prequel, la scelta di un titolo che rifiuta l’eccezionalità è in sé un atto di resistenza estetica.
Il trailer come soglia rituale
La pubblicazione del trailer da parte di Variety non è un semplice comunicato stampa. È il momento in cui un film passa dallo stato di oggetto chiuso — visto solo da chi c’è stato, discusso in sale stampa, confinato ai confini della sua prima proiezione — allo stato di oggetto pubblico. Il trailer è una soglia: non mostra il film, ne mostra la promessa. È un frammento che obbliga a immaginare il resto, che crea un vuoto narrativo che solo la sala può colmare. In questa economia dell’anticipazione, la scelta di affidare l’esclusiva a una testata che lavora da decenni come riferimento critico internazionale, piuttosto che a un canale social o a una piattaforma di streaming, dice qualcosa sulla natura del film stesso: è un’opera che si presenta nel circuito della critica e della storia, non in quello del consumo immediato.
La stagione veneziana 2026 si sta dunque componendo attorno a opere che condividono un tratto: la volontà di affrontare il reale senza la mediazione della spettacolarizzazione. A Common Story, con le sue due attrici che si offrono alla camera nella loro interezza, con un titolo che rifiuta l’eccezionalità, con una dichiarazione d’intenti che pone l’autenticità al centro della pratica attoriale, si inserisce in questo clima. Non è il film che urla, non è quello che stupisce. È quello che resta, perché chiede allo spettatore di fare lo stesso lavoro che chiede alle sue attrici: mostrarsi, senza la protezione di un personaggio, nell’incertezza di non sapere se ciò che si offre sarà riconosciuto. In un’era post-digitale in cui ogni immagine è curata, ogni profilo è una versione editata di sé, il gesto di un film che dice «ecco, sono così, senza filtri» ha un peso che va oltre la singola opera. È una dichiarazione di fede nella possibilità che il reale, nella sua opacità e nella sua imperfezione, continui a essere materia di racconto.
